lunedì 20 dicembre 2010

Natale NERO..BIANCO Natale



Sì, immagino sia comune: siamo tutti di corsa per fare i regali di Natale. C'è quello che si muove dai saldi di settembre in poi, quello che arriva all'ultimo momento. Io sono del secondo tipo. La vita familiare, lo devo proprio dire, mi toglie ogni spazio e ogni fantasia per andare in giro a fare spese. Per non parlare del freddo, della pioggia, persino della neve nella Capitale! Ed io sempre in giro sul mio motorino, casa-lavoro-casa tutti i giorni. Dove lo trovo il tempo e soprattutto lo spazio mentale per pensare a tutti i miei carissimi amici e parenti per i quali vorrei anche simbolicamente offrire un piccolo regalo, che simboleggi il mio averli pensati, il mio conoscerli e volergli bene?? E' un nero Natale.

Inutile chiedere aiuto agli altri. Anche gli altri hanno le loro esigenze, i loro programmi, le loro minute disponibilità. E sembra che gli altri non si rendano proprio conto di cosa significa non avere tempo, non avere forze, non avere a volte neanche il fiato.

Sono diventata dunque una che appena ha davanti una cosa adatta, la prende, che fa girare il suo vorticoso cervellino moooolto rapidamente. Che ad ogni sguardo su un ipotetico "prodotto" ne scannerizza in un solo momemnto tutti i possibili destinatari e ne decreta l'acquisto istantaneo o, più comunemente, lo scarto.

Detesto quelli che dicono "basta farsi i regali ogni anno! In fondo abbiamo già tutto: da quest'anno basta!". Credo siano persone innanzitutto tirchie, poco disponibili all'altro, che cercano un alibi alla loro pigrizia e alla loro poca fantasia.. ma poi come faccio a detestarli se divento, mio malgrado, una di loro??

Il mio budget medio di quest'anno è di 15 euro a regalo, ma inevitabilmente salta il tetto massimo ed è impossibile avere una reale uguaglianza tra destinatari. Come si fa ad uscire dall'impasse?? Una volta optavo per i regali fai da te, ma come fai a farli se NON hai tempo??? Niente più biscotti fatti in casa, sughi speciali, opere d'arte in eramica dipinta a mano..

La cosa che rende evidente questa mancanza di dedizione sono i pacchetti: io ero un genio dei pacchetti!! A casa mia madre mi affidava costantemenete i pacchetti regali per tutta la famiglia (tranne per i regali a me destinati). Con il tempo era cresciuta la mia maestria di apporre nastrini e decorazioni, ma oggi.. ecco i primi pacchetti informi e senza bigliettino.. Che tristezza per una come me che addirittura personalizzava le buste di carta dove venivano inseriti i pacchetti regalo!

So che può sembrare un tema assolutamente futile, ma non lo è il senso di frustrazione che provo in questo momento. Perchè il regalo è solo un simbolo. E' un simbolo del tempo che riusciamo a dedicare agli altri, gli altri a noi più cari per lo meno. Ed il fatto che non riesca a dedicare del tempo personale alle persone alle quali voglio bene, mi distrugge.

Anche perchè mi chiedo: se non riesco a dedidare loro il mio tempo, e non riesco a dedicarlo nenache a me stessa, CHI se lo prende tutto questo tempo??? E chi gli ha dato il permesso di prenderselo??? E perchè mi sento così svuotata? Come se continuassi a nuotare verso una riva che immagino ottimisticamente vicina, ma non arrivo mai...

Insomma, se non ci ri-leggiamo prima: buon natale a tutti voi! Ma vi imploro, se Voi potete, rendetelo BIANCO: dedicate il vostro tempo a chi amate! Non importa se non avete tanti soldi, se avete mille problemi, fatelo un pensierino. E' come seminare amicizie ed amore per tempi ancora più duri. Crisi non crisi, questo è ciò che certamente che ci resta: le persone alle quali vogliamo più bene. E anche se li abiamo trascurati un pò, suoniamo lo stesso a quella porta: un vero amico apre sempre. E sa aspettare.

Buon bianco natale!

LDS

martedì 9 novembre 2010

Una Famiglia che sia "casa"


Siamo l'ultima generazione, ne sono convinta, ad avere avuto una mamma che faceva la casalinga e soprattutto la madre. Ruolo assai impegnativo, soprattutto se si ha più di un figlio, magari tre. Finchè non sono arrivata ad essere madre, tutto il gran casino di impegno e sacrificio di questo ruolo non mi era affatto chiaro. Ma neanche quando avevo il pancione e mi confrontavo con il futuro prossimo potevo immaginare la portata che la nascita di mio figlio avrebbe avuto sulla mia vita, presente e futura. E' un ribaltamento completo del proprio universo, o almeno così è stato per me.

Ma quello a cui stavo pensando ieri è proprio questo varco generazionale dal quale non si potrà tornare più indietro nella nostra società. Incontro in questi giorni, come negli ultimi anni, un sacco di giovani, spesso poco più che ventenni, e parliamo dei loro progetti, dei loro obiettivi personali, delle loro famiglie e dei loro modelli di riferimento. Da questi racconti mi rendo conto che - sarà un caso - esiste una realtà giovanile molto diversa dalla mia.

Vivere a Roma fa male alla testa, soprattutto se ti viene un'idea. I giovani romani non sono contretti ad andare lontano per trovare una facoltà universitaria interessante, hanno tutto alla portata di mano/di metro/di tram. Non vivono allora quella dimensione di "apparente adultità" del vivere da soli, o meglio insieme ad altri, tipica dei "fuorisede". Uno stile di vita, tra esami, amici, mantenimento pseudo ordinato di un appartameto, uscite serali, che li fa sembrare davvero adulti in apparenza, ma che in realtà , secondo me, non fanno che rispecchiare un modello distorto di "ciò che si fa" e del "come si vive" normalmente oggi. Da ciò che sento, in fondo la "Casa" del Grande Fratello è largamente riproducibile in tanti appartamnenti di giovani universitari: quello che vediamo nello schermo, talvolta inorriditi per la pochezza che intravediamo e per i personaggi pazzeschi che sono nella "Casa", non è che lo specchio - pur esagerato - della vita di migliaia di giovani italiani.

Non scrivo tanto per esprimenre un giudizio di valore sulle singole persone o su una generazione, osservo solamente quanto a questa generazione di giovani manchino dei punti di rferimento certi, del modelli sani, dei principi guida che aiutino, in questo mondo in folle corsa, a trovare una pratica via di uscita verso la felicità.

La mia non è stata in nessun modo una famiglia ideale, nel senso che i miei genitori non sono stati genitori ideali. Certo oggi mi sento molto più buona di prima nell'espriemere dei giudizi su di loro in quanto, anche facendo del mio meglio, potrei raccogliere anche minor successo di loro. Di una cosa certamente, tra le tante, devo ringraziare la mia famiglia: il fatto di aver avuto una madre che faceva la madre. Ovvero qualcuno che era lì quando tornavamo da scuola, qualcuno che provvedeva a noi, ci cucinava il pranzo e la cena, qualcuno che era sempre lì per qualunque necessità. No, lungi da me il tracciare un quadro antifemminista del ruolo della donna. Da quando lavoro, ho sempre pensato che sarebbe stato molto difficle smettere, che si trattava di una attività che dava realizzazione personale, che faceva essere migliori, che ci faceva usare - come agli uomini - quel dono grande che è il nostro cervello, la nostra abilità, la nostra passione per qualcosa di utile anche al di fuori delle mura domestiche. Mi è capitato di pensare "ma come fa?" di un'amica che dopo il parto non ha più ripreso a lavorare. Forse anche perchè io al lavoro sono voluta tornare di corsa, scappando da un piccolino sempre in pianto che mi aveva allora sconvolto l'anima e sfiancato il fisico.

Credo però che la presenza così continua e affettuosa di una madre, il fatto di poterci contare sempre in caso di difficoltà, il fatto di avere sempre una risposta, una indicazione su giusto e sbagliato sia stato di estremo e importamnte aiuto per me. Chi non ha avuto questa fortuna certamente non può capire queste mie righe. Perchè non è stato tanto un confronto nel quale ci veniva detto cosa è buono e cosa no, in termini meramente dottrinali, ma era una continua occasione per sottolineare ciò che di bello c'è nel mondo. Questo mi ha fatto crescere fiduciosa e ottinista, sebbene con tutte le timidezze e titubanze di un giovane che affronta la vita.

Oggi penso al domani, ed è quì che volevo arrivare fin dall'inizio. Oggi mettiamo i nostri bimbi in nidi privati, o pubblici se siamo fortunati, poi fino alle medie speriamo di avere la possibilità di tenerli chiusi a scuola fino alle 5 o alle 6 per poter fare le nostre 8 ore quotidiane. Per necessità o ambizione, releghiamo i nostri figli in strutture che non sono la loro "casa", con educatori che non sono i loro genitori e ci accontentiamo di quelle due ore al giorno, prima e dopo la cena, per "fare i genitori". E sono momenti taaanto brevi, in cui le nostre tensioni di padri e madri amorevoli si scontrano con i limiti di un rapporto importante ma poco coltivato.. Che fare poi se c'è chi lavora anche il Weeekend?
Scherzi a parte la domanda se questo è il modello di famiglia che voglio offrire ai miei figli me la sto ponendo seriamente. E' una domanda importante e incrocia la necessità di trovare risorse economiche per la famiglia, spazi di realizzazione personali e l'esigenza crescente nel mio cuore di dare risposta a questo modello di famiglia che mi porto dietro, all'idea di un amore materno che è cresciuto con difficoltà, ma che si è fatto sempre più forte e più forte crescerà.

Sarò forse in grado di dare una risposta quando ci metteremo insieme io Rob davanti al tavolo di casa, con una tazza di cioccolata calda in mano e nostro figlio che gira correndo tutto il torno..

LDS

venerdì 8 ottobre 2010

EMBARRASSING MOMENTS


Tutto iniziò con la lezione di inglese dove la teacher ci mostra una storiella su "il momento più imbarazzante della propria vita". Per fortuna non ha chiesto a me ma ad un'altra di farle un esempio di momenti imbarazzanti, perchè in realtà non avrei saputo scegliere. Già, non posso dire che non mi capitino mai momenti imbarazzanti, se solo ci penso ne ho una lista.. alcuni li posso raccontare (tempo è passato e la cosa è stata "digerita"), altri assolutamente no. Alcuni sono solo piccole sviste e semplici gaffes, altri vere e proprie figuracce da manuale. Ognuno ha le sue.

"La caduta" è quella che posso definire "storica" sia perchè è accaduta tanti anni fa, sia per il folto pubblico che ha assistito ala scena. Facevo tre giorni di prova come segretaria internazionale nell'ufficio commerciale di un albergo molto lussuoso di Roma. Per l'occasione cercavo di vestirmi bene, ma per il mio povero guardaroba (che meriterà una puntata a parte) che passa dal "molto casual" all' "elegante matrimonio vintage" (ovvero vecchi vestiti da sera di mia nonna) non era un'impresa facile. Quel giorno indossavo il tailler verde scuro del matrimonio di mio fratello con stivali neri con POCO tacco. Dopo qualche ora di inutili tentativi nello scrivere una lettera commerciale in tedesco, mi dicono che "potevo andare" ed io - ancora inconsapevole che quella frase significava "non vai assolutamente bene per questo lavoro, ma dimmi te, mi hai fatto pure perdere tempo prezioso, ma chi ti ha mandato qui" - sollevata, scesi al piano di sotto fino alla Hall. Lì gli ultimi tre gradini della scala coperta di moquette e ricoperta con un lungo tappeto rosso mi furono fatali: inciampai, persi l'equilibrio e planai rumorosamente e platealmente per terra! Il male non me lo ricordo neanche, mi ricordo solo che alzando lo sguardo vidi che si erano girati:
- tutti i clienti del bar interno e dei tavolini adiacenti;
- tutto il gruppo (almeno 7 persone) della reception in fondo al largo salone;
- usceri, facchini, clienti in giro per l'albergo..
Insomma, sono uscita di soppiatto (???), fingendo di non essermi fatta niente e ripetendomi mentelmente tipo mantra "io qui non ci torno più, io qui non ci torno più..". E così è stato!!

Ma senza scendere nel così plateale, anche la mia vita quotidiana è ricca di gaffes: l'altro giorno ho chiesto a E. se lei sarebbe stata presente alla cena di inaugurazione della nuova casa di C. e lei mi ha risposto, con una strana espressione in viso, che no, non sarebe venuta.. per poi mandarmi un messaggino poco dopo con su scritto "per che tu lo sappia: non ero stata invitata!!"

Pensavo dunque di aver un buon posto in graduatoria circa eventi del genere, quando chiacchierando con un amica di questo tema, lei con estrema tranquillità mi raccontava cosa vuol dire imbarazzo costante. Infatti in passato le era capitato di lavorare per una ditta e la proposta di lavoro gliela aveva fatta la ragazza di un suo amico.. più che amico.. diciamo che lei era l'amante sporadica di questo amico e che la ragazza ufficiale dello stesso l'aveva sponsorizzata per quel lavoro. Questo già è un pò imbarazzante, ma poi ha anche scoperto che il suo lavoro sarebbe stato di affiancare proprio la ragazza in questione. Prova tu ad essere grata e con il senso di colpa per mesi e mesi..continuando la frequentazione anche con il ragazzo della collega? Complimenti: che fegato!

Mi ha anche raccontato che in un altro posto di lavoro aveva avuto una breve relazione con un collega che poi era diventato il suo capo, la cui futura moglie l'aveva eletta a consigliera per l'organizzazione del loro matrimonio.

Non c'è che dire: una cosa è un imbarazzo puntuale, un'altra è vivere mesi di situazioni imbarazzanti!

Ora che ho ridimensionato la mia "visione di me" come regina dell'imbarazzo e che ho un impareggiabile termine di paragone, posso fare pace con le gaffes!

LDS

martedì 28 settembre 2010

Per un pungo di libri


"Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio".

Lo so, è una debolezza, ma non riesco più a leggere. Vado di corsa e quando mi fermo sono troppo stanca. E dire che se entro in una libreria, avrei bisogno di un carrello per fare la spesa. Ma il effetti non si tratta di una scelta così "colta": mi lascio stupire dalla copertina, dalle brevi note della "aletta" interna, dall'autore che magari conosco, dallo scaffale che - in genere - contiene un tema che mi interessa.

Mio padre aveva l'abitudine di leggere libri alti almeno due-tre centimetri. Non so se ne fosse cosciente o se fosse un caso, ma tutte le avventure sui ghiacci, le esplorazioni in amazzonia, le traversate in solitaria in barca a vela corrispondevano a questa caratteristica. Libri che mai e poi mai avrei preso in mano perchè "troppo impegnativi". Perchè una volta iniziati non mi va di lasciarli a metà.

L'unico che ho lasciato a metà, anzi molto prima, a pagina 12 è il mitico SILMARILLION di Tolkien, che aveva messo a dura prova anche un tipo tosto e riflessivo come mio fratello Enrico. Chi di voi lo ha letto sa che vi si descrive tutta la genesi di un mondo fantastico: la creazione di Eä, l'universo tolkieniano. Tutti "dei" e dinastie, tutti incroci e parentele. Non è che non sia interessante, ma dopo la seconda pagina di nomi non ti ricordi più di chi si sta parlando.. un pò come quei tratti dell'antico testamento dove si elenca: Zebedeo figlio di Ismael, figlio di Elaveh, figlio di Javat.."

Nella mia vita è capitato che ottimisti giovanotti abbiano tentato con più o meno impegno di promuovere un pò di cultura nel mio pigro cervello regalandomi libri. P. mi regalò "Cent'anni di solitudine" di Márquez, che è stato per anni a prendere polvere sulla mia libreria (era alto 1,5 cm, ma lui non poteva saperlo!) finchè mi si è rotto il motorino..

Già, perchè l'unico modo in cui si riesce a leggere oggi è sull'autobus.. o meglio aspettando l'autobus. Sfogli le pagine, inganni il tempo, eviti gli sguardi indiscreti dei passanti e se hai una copertina di spessore culturale fai anche la tua porca figura. L'ho letto giusto nel tempo (giorni) in cui il meccanico analizzava il motorino, ne decretava l'irreparabilità e mi comunicava con estrema indelicatezza che lo spettacolo era finito.

100 anni di solitudine, a parte il glorioso incipit è un libro davvero strano, lungo e a tratti inquietante. Quello che mi inquieta di più è lo stile narrativo, crudo e poetico insieme, duro e malato, fiducioso, ma in fondo senza speranza. Per questo quando l'ho finito ho tirato un sospiro di sollievo (sulla libreria mi guardava speranzosa un'edizione economica di "L'amore al tempo del colera", ma davvero non me la sono sentita).

E dopo brevi escursioni sul tema del Bioregionalismo ("la visione locale di un mondo globale" E Guerrieri Ciaceri) in assolati pomeriggi estivi senza prole, sono ripiombata di nuovo nel turbinio della vita moderna, dove neanche un Cinar riuscirebbe a restituire respiro per una corroborante lettura. Se leggo, leggo perchè mi serve, come madre, come lavoratrice, non più per diletto.

..nell'attesa di tempi migliori (o più forti motivazioni) non mi resta che un dolce navigare tra zapping e letture on line..

LDS

martedì 14 settembre 2010

L'asilo "new age"



Mio figlio cambia nido. Dopo due anni (o poco meno) nel sicuro rifugio vicino casa, grazie al quale ha sperimentato tutte le malattie trasmissibili tra bimbi sotto i tre anni, finalmente viene accolto nelle strutture pubbliche (o meglio "convenzionate") della sua città.
Niente da dire o sulla nuova struttura fisica che lo accoglierà: una palazzina su due piani, con un piccolo giardinetto ricoperto di prato sintetico(?) e una simpatica fontana con i pesciolini rossi. Particolare invece l'impatto con l'organizzazione dello stesso alla riunone di presentazine ai genitori dei "nuovi arrivi", di cui segue breve cronaca.

Arrivo. "Indossate le sovrascarpe, anzi, toglietevi le scarpe!". "Meglio la prima!" penso "vabbè che indosso le geox, ma ormai hanno 2 anni e anche la suola che respira ha i suoi limiti!" Tant'è: immaginate una piccola sala, con tanti genitori seduti, un pò imbarazzati, su montessoriane seggioline di legno che si guardano di soppiatto, tra piedi scalzi e calzini bucati. Entrano gli "animatori": tutti giovani, chi scalzo, chi in ciavattelle, chi un pò alternativo, chi in vestiti troppo attillati. "Mmmh!" penso, cercando di sospendere il mio istinto di selezionatrice.
La donna più bella è la pedagogista, nonchè titolare. Accanto a lei la psicologa che assomiglia in modo impressionante alla mia migliore amica (psicologa anche lei). Esordisce in modo particolare:

"Qui come vedete siamo per i materiali naturali, niente plastica, solo legno, paglia, stoffa, farro.." Ed io subito penso a Verdone che in "Bianco Rosso e Verdone" era l'hippie che diceva "carote, piselli, patate..." con gli occhi al cielo. E mi viene da ridere sotto i baffi.

"noi quì abbiamo arredato con tutti colori tenui, perchè i bambini non hanno bisogno di colori accesi e forti". "Andiamo bene.."

"noi quì diamo molta importanza alla lettura. il bambino va a dormire con un libro e lo legge prima di addormentarsi.." Leggere?? magari sfogliare!

"noi quì lasciamo il bambino assolutamente libero di andare dove vuole e fare ciò che vuole: se non gli va di fare una cosa, può andare tranquillamente a farne un'altra, può cambiare stanza, andare dai più piccoli, etc." "Mamma mia!" tremo "Quì mi cresce un bambino anarchico! Il nido delle libertà!"

Poi, inaspettatamente, la pedagogista si lancia nel dire nel modo nel quale non va detto quello che i genitori inesperti di nidi non vorrebbero mai sentirsi dire:
"Accadrà certamente che vostro figlio venga picchiato o morso da altri bambini.."
"Ma dico, è matta???" Penso "Certo che può accadere, ma se ai nuovi gli dici così gli prende un colpo!"

E poi, per migliorare le cose dice:
"noi in questi casi non interveniamo!".
"Ecco, brava, lo sapevo". Inizia il dibattito acceso: i genitori dei nuovi si agitano. Ognuno sforna fantastiche perle di sagezza e metodi infallibili per calmare i bimbi facinorosi. La signora in nero, medico al policlinico, dice "io a mia figlia gli dico di rispondere alle botte, così i bambini violenti sentono cosa si prova".. La psicologa certa di intervenire per fare chiarezza, ma nessuno la ascolta. Solo una educatrice finalmente riesce a replicare e sintetizza in una frase quello che la pedagogista non era riuscita a dire. Dopo però 20 minuti di ressa...

Insomma, ecco il bimbo che mi ritroverò l'anno prossimo: un pò new age, un pò anarchico, un pò livido, un pò acculturato...

Speriamo comunque tutto interno e comunque amato.
LDS

giovedì 9 settembre 2010

Aspetto un blog..che non passa mai!


Sto riflettendo molto e da tempo sul mondo dei blog. Io bloggista principiante che non ne capisce nulla, non riesco a stare serena nel mio "so di non sapere". C'è un mondo là fuori che proprio non conosco e non ho il tempo di conoscere. E' certo quindi, che chi di voi a questo mondo c'è dentro e smanetta felice nel web, seguendo fedelissimo siti, rubriche e blog interessanti, dopo una capatina veloce sul mio, non tornerà.

Il punto è che questo blog è nato per un motivo e sento di dover essere coerente con questa mission che mi sono data. Cercavo uno spazio di libertà e di libera espressione e la gioia di comunicarla ad altri. Quindi, se mi imponessi limiti precisi (articoli più brevi, puntualità negli aggiornamenti, ironia forzata nei momenti in cui proprio non mi viene da ridere,..) tradirei il motivo per cui sono qua, anche oggi, a ritagliare tempo prezioso alle tante cose che dovrei/vorrei fare o avrei già dovuto fare.

Dunque, prendiamola con filosofia e prendiamoci il tempo di seguire - una volta per tutte - il proprio cuore e le proprie inclinazioni senza costringerci a sottostare al giudizio degli altri. L'amatissimo, crudele, ricercato e temuto "giudizio degli altri" (ma gli "altri" chi?).

Così, lo dico ufficialmente (anche ai cari e fiduciosi amici che mi hanno dato affettuosi consigli in materia): dimenticatevi scadenze costanti e post puntuali, allontanate da voi aspettative positive o negative e godetevi - se e quando vi va - le mie righe, semplici, comuni, a volte ironiche.

La vostra blogger atipica

LDS

martedì 31 agosto 2010

Il Signore che ha perso l'anello



Sarà capitato anche a voi.. di perdere un anello. Io sono una che perde tutto: chiavi, orecchini, oggetti. E poi come al solito mi arrabbio, anche se non con me stessa. Do la colpa al caso, al disordine (che notoriamente non è mai colpa mia!!!!! ;-) ), all'avverso destino. In particolare razionalizzo che la cosa persa non è implosa, che la materia non si screa e non si distrugge, che l'oggetto perso è lì, da qualche parte, magari vicinissimo a me, ma non lo posso vedere per ragioni misteriose. E spero che un giorno dopo la morte, nel caso fortunatissimo ci ritrovassimo nel luminoso paradiso, ritroveremo magicamente tutte le cose che abbiamo perso nella vita. Fico, no?

Ma una cosa sono i sogni, un'altra la realtà. Quest'estate R ha perso la sua fede l'ultimo giorno di vacanza in montagna. Panico! Non è che si tratta di un oggetto qualsiasi, ha certamente un valore affettivo elevato oltre a quello simbolico. Poi lui che non se la leva mai!! Già, non se la leva, ma quando è nervoso o stressato ci giocherella e zack! Eccola sparire.

Subito sono partite le spasmodiche ricerche in tutta casa, che hanno previsto lo smontamento dell'auto, il disfare i bagagli appena fatti: dalla valigia allo zainetto, alla borsa con gli scarponi, alla piscinetta gonfiabile appositamente sgonfiata e magicamente rientrata nella sua fragile custodia di plastica originale (esperienza assolutamente irrepetibile). Nessun esito.
E allora via, a ripercorrere i passi fatti in giornata (perchè nel frattempo era diventata sera): dagli zii, dai cugini, sul prato fuori casa con la torcia, dove ogni filo di erba bagnata sembra d'oro. Niente.

Ma più che raccontare la cronaca infelice dell'evento (la fede non è stata ancora trovata e sinceramente si nutrono pochissime speranze di ritrovarla dopo essere ricorsi, tramite un fratello intraprendente, a cercarla con il metal-detector che un amico usava per scovare resti della Prima Guerra Mondiale), la cosa comica è che, appena gli altri lo sanno, subito ti raccontano di quando un loro zio, padre o lontano parente l'aveva persa.

In un paio di giorni ho scoperto che:
- l'aveva persa una mia zia e un mio cugino;
- un altro mio zio si è accorto di averla persa sul sagrato di una chiesa di Gaeta "ho perso la fede!" ha esclamato, e mia zia stupita "Ma come Paolo: sei appena stato a Messa!!" :-). Dopo averla cercata inutilmente, la ritrova sua figlia il giorno dopo su una spiaggia, per caso, credendo di raccogliere un tappo di bottiglia;
- al marito di una collega gli è caduta dalla barca e si è fermata fortunosamente su uno scoglio ed un amico sommozzatore la ripresa (anche se dopo poco l'ha persa nuovamente);
- un'altra collega ha perso un anello al mare e l'ha ritrovato subito sott'acqua su fondo sabbioso...

Insomma, la storia è piena di perdite e ritrovamenti miracolosi (potete arricchire la lista!). Chissà che non tocchi pure a noi, che crediamo nei miracoli!

..il mio tesssssoooro!...

LDS

lunedì 30 agosto 2010

Piove sulle tamerici.. in vacanza



Non importa se si sia montanari o marittimi, se si opti automaticamente per la spiaggia o per il rifugio alpino per spendere le proprie santissime ferie estive: dovunque si vada, il nostro immaginario ci trascina su sabbia dorata dal sole e tintarella, o passeggiate ristoratrici al fresco montano con polentata e salsiccia sul tavolaccio di legno della baita. Nessuno, ammettiamolo, immagina la vacanza estiva come piovosa. Sarebbe come commettere peccato o come portarsi sfiga da soli.

E quando fai le valige, il K-way o l'ombrellino lo metti dentro proprio all'ultimo, per scaramanzia. Come a dire "se non lo porto, allora davvero finisce che piove". Ma di solito si tratta di cose che nella valigia ci restano per tutto il tempo della vacanza.

Di solito.

Quest'anno, guarda caso, nella valigia ho messo solo 1 K-way. "Figurati!" pensavo, "di solito in montagna piove sempre solo la seconda metà di agosto! Noi andiamo alla prima..".

Infatti.

E quando dico pioggia, non avete idea. Se non vi è mai capitato di vedere - da sotto - un temporale estivo di quelli come Dio comanda non potete capire. Pioggia. Ma non pioggia cittadina, che lava lo smog di dosso. Pioggia vera, quella che bagna "dentro", che inzuppa, che ti fa sentire umido anche dopo una bella doccia calda, un cambio completo e il tuo nuovo morbido pile addosso. Pioggia maiuscola, che scende copiosa senza interruzioni, sempre con forza. Non come la pioggia romana che così come inizia rabbiosa, dopo poco lascia spazio al sole che asciuga tutto. Pioggia che fa crescere il muschio nel sottobosco, che bagna i tronchi degli alberi, che riempie i torrenti, che inzuppa i prati, pioggia che bagna i cavalli al pascolo. Che non ti lascia sosta, che non ti illude che tra poco finirà. Non finirà. Almeno fino a quando non avrà detto tutto quello che aveva da dire su quell'argomento (come Forest Gump).

Questa estate mi è capitato di svegliarmi al mattino con la pioggia, passare la giornata con la pioggia e andare a dormire con la pioggia, sentendo tuoni anche durante la notte e l'acqua scorrere a fiumi sul tetto. Andavi a dormire con l'idea che dopo una buona sfogata, il giorno seguente sarebbe stato bel tempo.

Invece.

Pare però io non sia stata la sola: la mia amica Chiara ha passato un'intera settimana di agosto a Massa Carrara con il tempaccio, con indosso il suo unico golfino di cotone!

..Com'era la storia che in montagna piove soprattutto la seconda metà di agosto??

LDS

giovedì 22 luglio 2010

Interviste su due ruote


Vi sarà senz'altro capitato di leggere interviste sulle riviste o di ascoltarle in TV, intendo quelle interviste leggere ai divi del grande schermo o ai personaggi famosi conosciuti in tutto il mondo. L'intervistatore, se bravo, cercherà di far raccontare al personaggio intervistato qualcosa di personale, qualcosa che non si conosce già, magari qualcosa che non c'entra niente con l'aspetto strettamente professionale del suo lavoro, insomma qualcosa che raccondi di lui come persona e non solo come personaggio.
E, come me, vi sarà sicuramente capitato di sognare, immaginare, fantasticare di essere voi stessi protagonisti di un'intervista. Quella sensazione di sottile piacere nell'immaginarsi ricchi e famosi, quella euforia leggera di sentirsi potenti ed assolutamente interessanti per gli altri. Insomma a me è capitato spesso quando sono in motorino, girando nel ridente straffico cittadino. La strada non è molta, ma è caotica e a volte anche noi centauri siamo costretti ad aspettare in fila come le macchine, respirando a pieni polmoni i gas di scarico delle auto, che in questa stagione, con il caldo che fa, quando si uniscono al simpatico effetto serra del casco integrale, sono una vera goduria. Insomma, in queste confortevoli situazioni ecco che il cervello parte per la tangente e, scollegandosi dal caos intorno a se, inizia a delineare una realtà immaginaria e fittizia.
Un modo come un altro di passare il tempo direte voi. In realtà spesso alle mie personali interviste aggiungo una finalità in più a quella dell'auto-conoscenza e all'egocentrismo: le faccio in inglese, in francese o in tedesco. Utile ripasso linguistico.
(Confidenza: quelle in tedesco durano pochissimo!!!!)

Detto ciò, amati ospiti, fatevi anche voi la vostra personale intervista. Tanto ormai anche i giornali non hanno più notizie importanti, influenzati sull'estate che imperversa fuori, mentre noi stiamo ancora tutti davanti al PC del lavoro: solo servizi su "pranzare con un gelato", "come combattere il solleone", etc..

Provate a rispondere anche voi...

la cosa più importante del mondo?
- amare ed essere amati

il ricordo più bello?
- tra i tanti, una mattina di Pasqua quanto ero piccola quando tutti sono venuti in camera mia ad aprire le uova di cioccolato..

l'errore che non vorresti aver commesso?
- forse, il non aver avuto abbastanza fiducia in me stessa..

il posto in cui vorresti trovarti ora?
- sdraiata su una spiaggia in polinesia..

l'indumento che hai avuto che ti piaceva tanto?
- un paio di pantaloni blu che avevo in 4a elementare che mia madre mi ha fatto sparire dall'armadio..

l'oggetto che hai perso che vorresti ritrovare?
- pamela, una bambola di pezza che inopportunamente portai com me un giorno all'asilo..

la foto del passato che vorresti avere?
- una foto con ciascuna delle persone che per me sono state affettivamente importanti.. e una foto con Gigi Proietti, il giorno che l'ho incontrato..

la foto del futuro che vorresti avere?
- io e Obama, nel giardino della Casa Bianca..

la persona a cui confideresti un tuo segreto?
- Lucia, la mia migliore amica. In alternativa, ad uno sconosciuto che non rivedrò mai più..

la cosa per cui vorresti essere ricordato?
- uhmmm... diciamo che vorrei tanto essere ricordata!

E ricordate: domandare è lecito, rispondere è cortesia.
LDS

venerdì 9 luglio 2010

Prima di partire per un lungo viaggio..


Non so voi, ma da sempre ho l'abitudine di redigere una piccola "lista delle cose da fare prima di partire per le vacanze". Anche se le vacanze sono brevi, anche se non vado molto lontano, anche se tornerò presto. Quando sei lì, a due giorni dalla partenza ci sarà una micro lista che comprende cose minute, tipo: buttare la spazzatura, chiudere gas, svuotare frigo, ecc., ma quando manca ancora un mese la lista dei "desiderata" (parola che piace molto al mio Capo) è mooolto più lunga. E' come se in un mese una persona avesse la possibilità di rimediare all'inattività di un anno intero. E' come se, rinfrancati dalla visione del futuro riposo, si sia chiamati ad uno sforzo fisico immane, mossi dalla causa dell'"ora o mai più!".

La mia lista è compilata con un gergo molto familiare, che sono chi conosce la casa e i soprannomi che continuamente creiamo per indicare cose a luoghi in essa contenuti può comprendere: un vocabolario sammarchiano che ormai ha soverchiato l'italiano e che stento io stessa lucidamente a distinguere.

Nella mia lista ora c'è:
- "mensole fuori": in un piccolo vano terrazzo coperto da una serrandina abbiamo montato una mensola di ferro a ripiani, di quelle in stile "meccano" che amava tanto mio padre (e che anche mio fratello dimostra di apprezzare avendoci praticamente costruito una spece di bunker-cripta nella sua stanza-studio). Il punto è che mentre mio padre sceglieva la marca buona, calcolava la resistenza del prodotto in base al peso delle cose che ci voleva mettere sopra, io, che proprio di calcoli non me ne intendo, al momento dell'acquisto mi sono concentrata sull'offerta speciale. Risultato: la mensoletta pende, dondola, vibra con la lavatrice. Insomma, un affarone. Abbiamo deciso di sostituirla con delle belle mensolone a muro di truciolato tagliate su misura, "che le facciamo noi tanto che ci vuole".
Nota: Lo abbiamo detto più o meno due anni fa.

- "tende": semplice. Lavare e stendere le tende. Una o due volte all'anno (non inorridiscano i fanatici del pulito) si dovrà pur fare. Ma abbiamo un sistema di aggancio delle tende che è infernale, complicato, difficilissimo. I ganci sono piccoli, si possono rompere, stanno in alto in alto e poi quando hai finito di rimetterle su noti che: 1. hai saltato immancabilmente un gancetto; 2. che non è assolutamente vero che se le stendi bagnate non ci sarebbe bisogno di stirarle.
Con questo caldo, sarà all'ultimo posto della lista, nella speranza di "non fare in tempo".

- "fissare ficus": in terrazzo troneggia un bellissimo ficus elastica di cui vado molto fiera. Cresce, cresce e si protende verso il sole. Io lo vorrei dritto e simmetrico lungo il muro. Lo so, è impossibile. Ma nel frattempo lo si può fissare un pò al muro per farlo stare dritto. La guida del pollice verde dice di "fissarlo delicatamente con un filo di rafia".
Finirà per essere legato con un nastro da pacco regalo avanzato da natale. Magari dorato.

- "rubinetto": il rubinetto della cucina perde. Si mantiene in funzione grazie ad una attentissima gestione che prevede di non ruotare mai l'erogatore più di un tot di gradi. E ogni volta arriva qualche ospite incauto il rischio di rottura definitiva aumenta in modo esponenziale. Si tratta di queli lavori davvero necessari che di norma non puoi rimandare. Lo stagnino all'epoca della prima riparazione ci aveva detto "non dura più di un mese". Noi c'eravamo detti: "ma si, che ci vuole, ora andiamo noi in un bel centro forniture e ce ne troviamo uno che ci piace". Qualcuno aggiunse, incauto e temerario, "..e ce lo istalliamo noi!".
Più o meno un anno fà..

- "interruttore camera 1": no, non abito in un hotel, ma, sarà per abitudine professionale, le stanze a casa hanno un numero. Nella camera 1 (stanza da letto padronale) c'è una piantana che fa luce e anche un lampadario a soffitto. Abbiamo però un interrutture con un tasto solo e allora usiamo una luce sola. Dovremmo comprare e montare un'altro interruttore, anzi dobbiamo comprare solo il "tasto" in più da inserire nell'interruttore.
Mi rifiudo di dire in pubblico da quanto tempo.

- "vasi fuori": piante grasse strabordanti dai loro piccoli vasetti di plastica chiedono, implorano di essere trapiantate in più comodi vasi di coccio. Roba da poco, a patto di avere un pò di tempo e dei bei guanti protettivi per le mille spine.
Ma bisogna comprare la terra, che è finita.

"cerniere giraffa": ho portato in questa casa una piccola cassapanca che usavo da piccola, con dipinta una giraffa arancione che corre. Ora è piena di quelle cose che non saprei dove altro mettere: gomma piuma di quando fabbricavo cuscini, rotolo di cuoio di datazione scout, materiale per decoupage, pannolenci, fascicoli di grafica pubblicitaria di una collana che si vendeva a puntate in edicola e che di cui posseggo solo le prime 7 uscite, due scatole di vecchie musicassette, in parte rubate a mio fratello, in parte compilation fatte in casa o registrate direttamente dalla radio. Il coperchio della cassapanca è ormai staccato, le cerniere originali andarono perse. Oggi si vorrebbe destinarla ad altro uso. Abbiamo anche comprato le nuove cerniere.
Abbiamo le viti, abbiamo il cacciavite. Non abbiamo la pazienza.

Si prosegue così, con mille piccole cose da niente. La gioia di cancellare la scritta "tappeto" non riesce a bilanciare tutto lo sforzo fatto per pulirlo, arritolarlo, metterlo via, ma almeno ti sembra di aver fatto un passo avanti. Così, quando cancelli qualcosa, la tentazione di aggiungere alla "LDCDFPDV" (lista delle cose da fare prima delle vacanze) le voci che invece permangono nella "lista delle cose da fare durante l'anno" è grande: "spifferi", "sedie terrazzo", "mensole cantina", "buttare scatoloni trasloco",..

Per fortuna un minimo di realismo.. :-)

LDS

venerdì 2 luglio 2010

Tipi da bus..



I sociologi e gli antropologi dovrebbero viaggiare sempre in autobus. Sì, perchè come strumemto di osservazione della variegata umanità non credo ci sia nulla di meglio che un simpatico lungo viaggio su di un bus cittadino, meglio ancora se in condizioni estreme (temperature bollenti d'estate, blocco del traffico cittadino causa manifestazione in inverno,..) nelle quali è ancora più facile osservare i comportamenti e gli stili sociali del mondo che abita il mezzo pubblico. Per gli antropologi non c'è neanche più bisogno di viaggiare e raggiungere mete lontane, perchè il mondo oggi è qui da noi, nelle nostre metropoli e colora pittorescamente la folla pigiata sul tram: culture diverse, ODORI (insospettabilmente uguali), umori, in un caledoscopio di relazioni e reazioni che sembrano casuali ma che son certa si ripetono simili all'infinito.

Nel quadro romano, l'autobus caotico del 2 luglio, quando già si è passati all'"orario estivo" con la limitazione delle corse dovute alla fine della scuola (ed i lavoratori che devono comunque recarsi a lavoro dove li metti??) è una telecamera accesa sul'umana diversità. Il romano tipico, indolente, popolare, generoso ma difidente con ciò che non conosce, è là, solitamente piazzato nel posto più scomodo (per gli altri), vale a dire al centro del piccolo corridoio dell'autobus, con il fare di chi può ben dire "sò romano, il bus è mio!". Se è un uomo oltre i 50 anni è probabilmente vestito con pantaloncini corti kaki, camicia a quadretti aperta sul collo dal quale spunta la classica "trezza d'oro" col crocifisso; se è una donna della stessa età è certamente in sovrappeso, con due braccia enormi da casalinga che ha tirato su 4 figli, si tiene stretta al petto la borsa (neanche trasportasse milioni) e indossa sandaletti-pantofole luccicanti che mette per andare al mercato.
Se la signora o il signore in questione occupano un posto a sedere di solito non lo mollano più, eccezion fatta di fronte a donne in cinta/con bimbi piccoli, per le quali il cuore d'oro del romano tipico si apre alla tenerezza: l'uomo diventa un vero cavaliere (quasi una bodyguard), la donna si trasforma istantaneamente in "nonna di tutti". Se invece c'è un indiamo, uno dello Srilanka, un pakistano, uomo o donna che sia, ho qualche dubbio sul fatto che venga mostrata la stessa cordilità ed accoglienza..

Un'altro osservatorio interessante, anche se meno estremo, è la fermata dell'autobus. Oggi, sarà a causa di una deformazione professionale sulla selezione delle risorse umane, osservavo una ragazza in attesa (dell'autobus) e mi prendevo il lusso di formulare mentalmente una serie di giudizi e valutazioni soggettive quanto crudelmente definitive:
- no, i jeanz così calati, benchè attillati, proprio no;
- le scarpe da ginnastica nere lucide non si possono proprio vedere;
- la maglietta sintetica con reggiseno rosso in vista sulla schiena è davvero di cattivo gusto, metre magari lei crede di essere trendy;
- quelle unghie lunghe dipinte di rosa tenue sono tipiche di chi a casa "non muove una paglia" e non aiuta la mamma neanche a sparecchiare;
Infine, quella posizione ingobbita da adolescente timida non è compatibile con l'età più adulta della ragazza in questione: dai, sollevati! Un pò di autostima! Un pò di auto-consapevolezza! Insomma: bocciata..

Molto più divertente il signore over 70 con camiciola a righe colorate e il mitico jeanz con la piega! Si è davvero fortunati se ne si vedete ancora uno in giro dato che sono quasi estinti o ad esclusivo appannaggio degli uomini over 65. Quelli che ho visto io erano addirittura con le "pinces" e con il classico moschettone portachiavi di metallo inserito nella tasca posteriore: un reperto!

"...non posso più stare dai miei! Guarda i miei blu jeanz: li ha stirati con la piega!" Samuele Bersani

La tentazione di complimentarmi con il signore in questione, stringendogli la mano è stata grande, ma ho resistito..

LDS

venerdì 25 giugno 2010

E' morto il RE! Viva il RE!


Lo so, lo so, non vi lamentate! Lo so che già ieri moltissimi blogger pubblicavano infiniti testi sul re del pop in occasione dell'anniversario della sua dipartita verso il palco del cielo, ma credetemi: un fan, un vero fan davvero non può esimersi di esprimere infinito cordoglio per questo tour infinito dal quale - oimè - il nostro amatissimo Michael non potrà tornare.

Ed i sentimenti non sono facili da spiegare. L'altra sera vedendo le immagini di un suo concerto e le decine di spettatrici continuamente estratte dalla folla urlante perchè svenute, shockkate o in crisi isterica, mi sembrava di essere lì, sentivo esattamente la stessa eccitazione, mista a disperazione per un oggetto del desiderio irragiungibile, sebbene lontano solo pochi metri. E vedevo chiarissimo quel misto di ammirazione, adorazione, stima, con-passione, empatia profonda che le fan e i fan chiamano semplicemente amore. Si, uomini e donne, senza bisogno di essere omosessuali, hanno vissuto lo stesso sentimento, perchè è così che si ama un artista.

E Michael Jackson è un'artista mitologico. E' leggenda da sempre. E dall'alto del palco sono certa che tutto questo "amore" lo sentiva e che "risuonava" dentro di lui dandogli l'energia per fare cose che noi umani.. Per essere sempre vocalmente perfetto e riuscire a comunicare in un modo incredibile sentimenti ed emozioni: dolcezza, tristezza, fragilità, poesia, rabbia, eccitazione, forza, energia.. Un mito, cosa dire di più. Immenso.

Ed i sentimenti di oggi sono contrastanti. Serena oggi mi ha chiesto "davvero eri sua fan?" ed ho risposto "SONO una sua fan". Perchè il mito non tramonta, come l'amore non finisce con la morte di una persona. E provo il dolore della perdita, che non è solo artistica: Michael era quasi uno di famiglia, gli volevi bene come a un fratello "sfortunato" che ne ha passate tante, lo difendevi dalle critiche, ti distanziavi dalle polemiche, perchè gli altri non lo conoscevano, solo per invidia potevano credere e diffondere voci maligne sul suo conto e godere delle sue sventure giudiziarie, lo compativi per le sue scelte sbagliate ('sto naso..) e per le sue debolezze, ma lo giustificavi perchè, come molti miti dei nostri tempi, non era tutelato, guidato, consigliato bene..
E provo il dolore di non vedere più i suoi spettacoli, perchè so che non ci saranno più nuove canzoni (sebbene da tempo avessi un paio di collaborazioni da suggerirgli: B.E.P., JT,..), che non vedremo nuove fantastiche esibizioni e incredibili passi di danza.

Ma provo contemporaneamente la gioia di averlo conosciuto, di conoscere la sua musica intramontabile, la voglia di rivedere ancora le sue mille esibizioni, cercare stralci dei concerti, appendere un suo mega-poster al muro, imparare a memoria i testi delle mie-sue canzoni preferite e - finally - di mettermi ad imparare i passi di Beat It con i video pubblicati su U-Tube.

Eccomi arrivo: "Ta-dadadadan-dan-darà-da!"...

LDS

venerdì 18 giugno 2010

Nubilato goodbye!


C'era una volta il nubilato. Un'epoca ricca di esperienze intense, un'era più o meno lunga di sperimentazione personale, di esplorazione dell'umana diversità e dell'umana natura, uno spazio senza tempo dove scegliere, assaggiare, provare. C'era una volta questo spazio-tempo sopspeso, in cui nulla è definitivo e per questo ancor più accattivante. Un momento di conoscenza di se stessi in cui si tende a compiere spesso le scelte inadatte, a scegliere le persone sbagliate e a ricadere con larga probabilità nei medesimi sbagli. C'era quest'epoca in cui ciascuno si prende il lusso di essere qualcosa di diverso da quello che in realtà è, ossia più indipendente, più autonomo, più libero e più coraggioso. Queste le linee guida di un interregno in cui nubili e celibi si muovono vorticosamente come una folla affamata davanti ad un buffet: c'è chi arraffa più che può (e non è detto che poi gli piaccia)e c'è chi osserva con cautela, restando talvolta a bocca asciutta.

A conclusione di questi percorsi sperimentali si pone la scelta, potenzialmente definitiva, di una persona che ci si auspica resti accanto a noi per tutta la vita o per lo meno per molto, molto tempo. Sì, perchè ad un certo punto bisogna crescere e se non siamo noi stessi a renderci conto di questa necessità, di solito ce ne fanno rendere conto gli altri.

Ed è allora che si mette in moto la macchina degli "addi al nubilato" e "al celibato", in cui i primi hanno ultimamente surclassato i secondi, sia per varietà che per qualità delle iniziative, progettate e sperimentate con successo. Già, è definitivamente superato il vecchio modello della "serata per soli uomini" con relativa bevuta e, nel più comune dei casi, seratina con spogliarello femminile, per sentirsi "machi" per un giorno, nella quale - se avete notato - il più interessato di solito non è il futuro sposo, imbarazzato e indeciso, quanto quegli assatanati dei suoi amici che non vedevano l'ora di avere una scusa ufficiale per entrare nel fatidico locale: "sai, amore, lo faccio per lui!"..
Le donne sono di solito più legate all'anima affettiva, allo scriglio segreto delle sensazioni. Partono dalla conoscenza personale della futura sposa e, se sono creative quanto affezionate, concepiscono iniziative e programmi divertenti e significativi. Esperienze da vivere insieme.

Tu, futura sposa, sappi che quello che hanno pensato per te è un pò legato con l'idea che si sono fatte di te le tue amiche: inconsapevole ed euforica nel migliore dei casi, intimidita e confusa nel peggiore, al momento non ti rendi conto di questa verità e immagini si tratti solo di fantasia. Ma dopo un pò, ripensandoci, ti rendi conto che tutte quelle domande sui tuoi "ex", quel balletto degli amici con ironico spogliarello, quelle prove da superare imbarazzanti con arditi riferimenti volevano dire qualcosa della tua etero-percezione: una mangia-uomini? una fatalona? Chi può dirlo? Loro, ma non te lo diranno mai. E che significa se invece l'evento è una cena in pizzeria nella quale raccogliere baci da sconosciuti (50enni per la maggior parte)? E se è un trattamento di gruppo in una beauty farm? O una serata in tenda sotto le stelle? O un volo in paracadute?

In fondo, il successo è comunque quasi sempre garantito, purchè non i nubendi non si trovino i quel complicato stato d'animo in cui ti chiedi "sto davvero facendo la scelta giusta?". Se questo accade la "serata" può farli cadere in una profonda depressione e l'ADDIO alla vita libera e spensierata di prima (comunque più libera del "dopo") suonerà con un addio reale: le lacrime di lei, interpretate dalle amiche come emozione, lo straparlare di lui, interpretato dagli amici come effetto della sbornia.

L'amico/l'amica del cuore saprà allora confortare, dicendo che se nel "dopo" non ci si negherà la possibilità di essere veramente se stessi, con le proprie luci e le proprie ombre, se non ci si censurerà solo nel "come si dovrebbe essere", l'addio all'era dorata sarà meno duro (..a parte il fatto che potrei elencare diversi motivi per i quali il nubilato non è affatto un'era tutta d'oro, ma magari un'altra volta..).

Addio nubilato! Addio celibato! Si cresce!

..Meno male che, di tanto in tanto, possiamo ancora sfogliare di nascosto le foto (da ricatto!) della celebre serata!..

LDS

giovedì 17 giugno 2010

The bourjoisie and the rebel


Conosco una persona che lavora nel cooperazione internazionale che, commentando la cronica mancanza di fondi di queste organizzazioni e gli stipendi esigui destinati ai collaboratori, sostiene che solo "quelli come noi" (ovvero la borghesia, quelli che non hanno problemi economici, che hanno dietro una famiglia che ha possibilità) possono premettersi di lavorarci dentro. Sebbene non mi ritenga esattamente parte di quel gruppo in cui mi voleva personalmente comprendere, in molti sensi è vero: il denaro fa girare il mondo anche quando ti permette di farne generosamente a meno.
Mia cognata tempo fa mi spiegava che quello che distingue un "gran matrimonio" da un "matrimonio davvero grande" non sono i vestiti eleganti dei commensali, bensì i gioielli indossati con discrezione dalle Signore presenti. Di nuovo lo status crea la differenza.

Forse un tempo era più comune il fatto che il "denaro" facesse il paio con "cultura" ed erano meno numerosi i casi di "burino arricchito". Denaro voleva dire innanzitutto la possibilità di studiare e di apprendere, non solo aspetti tecnici ma "il gusto del bello". Il bello coincideva con l'arte, la pittura, la scultura, la musica classica, l'opera, la lirica, ect. Significava potersi circondare di cose belle, di valore rispetto a questi canoni: il quadro, l'oggetto, il tappeto.. Non so dire se oggi le stesse possibilità economiche portino molto oltre il super televisore ultrapiatto ad alta definizione, ma la realtà è che non conosco molte persone altolocate e non sono in grado di descrivere una statistica significativa.

Ma se ricchezza corrisponde cultura, anzi "una certa cultura", il vero discorso è che più che i soldi, è la cultura che divide. Incredibile, vero? La cultura dovrebbe unirci, dovrebbe permettere di andare oltre le barriere mentali, dovrebbe farci comprendere che siamo tutti fratelli. Non è forse vero che diamo la colpa delle maggiori bassezze umane all'ignoranza? Certo.

Quello che voglio dire è che ognuno ha una propria cultura di provenienza ed una "sottocultura", caratterizzata dal contesto in cui è vissuto. Come in un gioco di scatole cinesi, la cultura territoriale si scompone nella cultura della città, poi del quartiere e così via fino al nucleo più vicino: la famiglia. E quel "lessico familiare" della Ginzburg che tanto ci caratterizza, che ci fa "clan", che ci fa capire al volo tra fratelli a partire da una breve citazione di un evento familiare ("in fondo in fondo è buono... ma siamo solo all'inizio"), in realtà a volte può essere di ostacolo per il contatto con "gli altri", la reale comnprensione tra lessici diversi e sottoculture differenti.

Lo viviamo tutti i giorni nella vita di coppia, dove due mondi separati si incontrano ed è necessario tempo (e amore) per comprendersi ed apprendere la lingua, i significati e la cultura dell'altro. Lo sperimentano i volontari nei paesi del Sud del mondo, quando al di là della volontà e dell'impegno, il divario, la distanza tra le diverse culture è talmente grande che l'urgenza di un contatto, di uno scambio, di un confronto, anche breve, con qualcuno che "ti assomigli" un pò di più diventa necessario e cruciale alla propria equilibrata permanenza.

Detto questo, conosco gruppi di persone estremamente eterogenei, amici e colleghi con diverse provenienze culturali e sociali tra cui si creano forti legami di amicizia. E' ingenuo dare per scontato che sia sempre facile comprendersi in profondità tra sottoculure, ci vuole da entrambe le parti lucidità, mente aperta, capacità di leggere l'essenziale. E la capacità di non dare nulla per scontato.

Questa è la definizione di "cultura" che ci serve di più oggi, in un mondo multiculturale e sfaccettato dove l'incontro troppo spesso è vissuto come scontro.
Su questa capacità dobbiamo misurarci e su questa competenza e conoscenza possiamo, se il caso, "vantarci".

LDS

martedì 15 giugno 2010

Voli pindarici..


"Alzati, muoviti, fai il tuo dovere!
e se lo hai fatto, lo potevi fare meglio!
e se l'hai fatto meglio, era solo il tuo dovere!"

Tutto inutile.. Stanca, abbacchiata, demotivata, trascini avanti un'esistenza che alterna l'angoscia all'accidia. Vai, ti fermi, inspiri, ma non riesci a respirare davvero. Tutto va storto: oggi, domani, ieri. Non c'è speranza, la luce è sbiadita, la nave della salvezza è troppo lontana per vederti. Se urli, nessuno ti sente. Ovvero, ti sentirebbero, se solo la smettessi di urlare dentro di te ed aprissi la bocca. Anneghi lentamente nell'angoscia...

Non vedi via di uscita, perchè NON C'E' via di uscita. La porta è troppo stretta e tu, come Alice sei troppo grande e grossa. Sei diventata quello che non volevi, esattamente come non volevi. E non ti ricordi nenche più se sei mai stata diversa. E' come se fosse stato il destino a decidere tutto, ma non con leggerezza: il destino decide, ma è colpa tua. Sempre colpa tua. Inutile, sei inutile, non serve a niente fare niente. Buio, penombra. Hai fame, ma non c'è nulla che ti sazi, nulla che ti piaccia, nulla che ti motivi ad alzarti dalla sedia.

Di nuovo, d'improvviso, vorresti scappare. Corri, fiatone. Dove? Andare dove? "E se fossi ancora in tempo? E se mi stessero ancora aspettando? No, sono partiti senza di me! Non se n'è accorto nessuno!" Già. Chi se n'è accorto ha pensato "non importa". Di nuovo, dolore. Forte nel petto. E quella sensazione di essere ormai persa, irrecuperabile, insoluta.

Poi, magicamente, ti senti sollevare come uno spirito, ti vedi da fuori, dall'alto. Prendi le distanze da te stessa, non ti condividi. Ma non soffri più. Senti solo tiepido, sopra, sotto, dentro. E vedi tutto beige, ma nitido, come dopo un temporale. E' come se tutte le questioni irrisolte dentro di te si sciogliessero come neve al sole. Ogni nodo della tua esistenza, così stretto che non riuscivi a slacciare, si scioglie da solo. Forse bastava guardare fuori. Forse bastava alzare la testa. Forse bastava ascoltare. Forse bastava perdonarsi. Ancora. E ancora. Di nuovo.

Forse non era vero che il cuore delle cose è farle "al meglio":
forse basta il fare,
o il provare,
il tentare,
il pensare di tentare,
forse basta solo il desiderare.
Sì, il cuore delle cose non è l'oggetto, ma l'essenza. Il cuore di una vita non è il tempo che dura, le esperienze vissute, ma sono le possibilità che apre. Colte e non colte.

Ricostruita. Secondo una nuova visione del vero e del giusto. Dove poter parlare, senza alcun rimpianto, ma con la stessa fierezza, delle possibilità non colte come di quelle colte, delle cose fatte come di quelle da fare, o che potrei fare, ma non farò. Senza colpa, senza giudizio, concentrati sull'infinito universo di possibilità che si nuovono intorno, senza cedere al realismo, al calcolo dell'opportuno, dell'utile o dell'inutile. Tutto è possibile e impossibile, ma non esiste positivo e negativo. Bianco, non più beige. Luce senza ombra.

Aspettatemi che arrivo..

LDS

venerdì 11 giugno 2010

Maschi da supermercato


Ho volutamente optato per il termine "maschi" perchè per me il termine "uomini" più che un sostantivo è un aggettivo qualificativo positivo che indica galanteria, coraggio, lealtà, etc.. e non è esattammente questa l'immagine che mi viene in mente pensando a cosa accade generalmente ad un maschio che si trova da solo in un supermercato. Le sperienze di tante donne quì sintetizzate permettono di identificare facilmente le 2 più comuni categorie di mariti, compagni, fidanzati, figli o fratelli con i quali noi donne ci troviamo a interfacciarci, nella quotidiana lotta per la sopravvivenza: il "maschio da lista" e "il maschio da offerta".

La tipologia più diffusa è la prima, quella strettamente dipendente da un'oggetto piccolo ma cruciale: la LISTA (che notoriamente è compilata dalla donna). Senza lista, questo tipo di maschio si sente perso. Se per caso la smarrisce, o peggio l'ha dimenticata a casa o nella tasca di quei jeans che poi ha cambiato all'ultimo momento, si sente sperduto, disperato, di fronte ad una missione molto più che impossibile. Se invece ce l'ha con sè, capita di vederlo che si aggira con il carrello correndo da una parte all'altra del supermercato, andando normalmente contromano rispetto al naturale flusso delle persone che popolano il market.
Sì, perchè normalmente la fantomatica lista (quella standard, non quella legata a un invito, una cena, etc.) è stata compilata rapidamente dalla donna che in genere prima di tutto apre il frigo, poi il surgelatore, poi l'armadietto della dispensa, poi la cesta della frutta, poi va a vedere l'armadietto dei detersivi, e così via. Insomma, non è una lista fatta pensando agli scaffali del supermercato e al loro ordine di apparizione. Invece il "maschio da lista" tende a seguire pedissequamente l'ordine della lista per essere sicuro di non scordare niente, per non cadere in fastidiose pomemiche e recriminazioni da parte della donna mandante. E macina chilometri. Infatti sai quando è uscito e non sai a che ora tornerà.

E in ogni caso, alla fine, può sempre capitare di sentirsi dire: "sai, mancava il latte, ma non l'ho preso perchè non era scritto nella lista". Accettiamolo: i maschi semplicemente non comprendono che la famosa lista può essere solo indicativa!

Il secondo tipo è il "maschio da offerta". E' generalmente un uomo pieno di buona volontà, si impegna nel ricordare tutto ed comprende che il budget a disposizione può essere limitato, ma ha un fondamentale e incurabile difetto: non resiste alle offerte promozionali! Inutile nascondergli i volantini pubblicitari delle grandi svendite: non si sa come, ma viene sempre a trovarsi nel momento giusto e nel prosto giusto. Così riempie il carrello di ogni 3x2, confezione famiglia, offerta lancio che trova. E quando torna a casa con due bustone, dopo che lo avevi inviato in missione per recuperare solo il pane e il detersivo, ti mostra con entusiasmo adolescenziale il frutto delle sue scorribande: biscotti al cioccolato di marca infima, che già dalla grafica sulla confezione incutevano sfiducia ("ma erano in offerta!"), 5 buste di mozzarella, che ops! scade domani ("ma costava solo 2 euro!"), nonchè 7 voluminosi pacchi di pasta all'uovo, che proprio non sai dove mettere ("pensa, erano gli ultimi, li prendevano tutti!").

Alla fine, lo scontrino è alto, la cucina è piena di ogni tipo di prodotto proprio quando avevi deciso "da oggi stò un pò più attenta al cibo..", ma di fronte alla sua faccia sorridente e fiera, cosa mai puoi dire tu?

"BRAVO TESORO!"

LDS

martedì 8 giugno 2010

La stanza dei sogni??


La ricerca della casa è annoverata tra una delle 4 maggiori fonti di stress del mondo occidentale insieme allo stress causato del lavoro, dal trasloco e quello del parto (quest'ultimo, strano a dirsi, non destinato solamente al pubblico femminile). Persone a me vicine dopo essere state coinvolte a lungo nella ricerca spasmodica di una casa si sono irrimediabilmente trasformati in strani umanoidi a metà tra un radar (riescono a vedere tutti i cartelli di vendita e affittasi nel raggio di 1 km) e Rain Man (riconoscono dal numero di cellulare ogni privato che ha pubblicato un annuncio di vendita da un'anno a questa parte).
Per quanto mi riguarda, essendo intestataria di un fantastico mutuo trentennale, non ho alcun diritto di parola, nè la possibilità di lamentarmi per l'eventuale rata a tasso variabile che si raddoppia, perchè faccio parte del gruppo dei fortunati "che ce l'hanno fatta"!

In ogni caso, per quanto diabolico e insidioso, il mondo della ricerca di un appartamento è comunque da esplorare, perchè mostra uno spaccato di società del nostro temnpo e della nostra Italia che spesso viene ignorato. Ognuno avrà le sue esperienze.

Ricordo ancora con orrore tre casi di quando cercavo anche io un appartamento: il primo era quello di una casa a Monteverde Vecchio con un ingresso nel quale incombeva un mobile stracolmo di bambole di porcellana e stoffa e grandezza naturale. Quegli occhioni con le ciglia lunghe mi tormentano ancora. Il secondo caso era quello di un bilocale su via Gregorio VII: la coppia che lo vendeva si stava separando e io mi chiedevo se la colpa del fallimento matrimoniale non fosse da imputare anche (e soprattutto) al colore verde fosforescente e arancione marcio delle pareti della casa. Il terzo ed ultimo è il caso di una appartamentino in via Aurelia, proprietari una coppia di psicologi con due cani di razza sconosciuta e forma indistinguibile: oltre alle pareti pennellate arancioni e l'inquietante panorama rupestre sulle mattonelle marroni sulla vasca da bagno, mi lasciò di stucco una strana piramide metallica al centro del salotto, sotto la quale il proprietario si sedeva per.. raccogliere energie? Il timore che includesse la piramide nella compravendita mi fece desistere.

Accanto a questo mondo che tende alla stabilità (la casa la compro e la tengo tutta la vita visto che ci metterò una vita a pagarla), ce n'è un altro instabile: quello dell'AFFITTO CAMERE.

Roma: una ragazza che offre una stanza nel suo appartamento si affretta a dire "sono una attrice, ma sono seria"; un'altra, che è in cerca, afferma di "cercare inquilini sorridenti, che se c'è qualcosa da dire lo dicono con serenità"; lui dice "chi sono credo sia giusto lo scopriate conoscendomi (?), cerco persone FELICI - presupposto fondamentale. Non mi interessa se lavorate, studiate o rubate.. l'importante è il rispetto fra noi, la mancanza di banalità e la bellezza interiore"
A Milano Mirella è più pragmatica: offre una stanza a 30 euro al giorno. A Lambrate una ragazza "simpatica e giovanile" affitta una camera arredata con mobili IKEA (chi non ce li ha??) a ragazze "semplici, simpatiche e solari".
A Bologna si passa da lui "mi chiamo Jehrson, per gli amici Jay, in un modo o nell'altro tutti finiscono per chiamarmi così..(?)" alla studentessa "appassionata di fotografia e sinistroide di natura che non sporca eccessivamente".

E la domanda sorge spontanea: si tratta di affitto camere o della rubrica dei cuori solitari? Nel frattempo, avrei trovato un'interessante villetta in affitto a Marina di Ragusa...

LDS

lunedì 7 giugno 2010

C'era una volta l'estate..


Il titolo richiama volutamente il mitico film "c'era una volta l'West", perchè in effetti tra le estati di una volta e le cittadine assolate e polverose di quei film western ci sono molte cose in comune.
Ci pensavo l'altro giorno nel traffico, ferma in una fila sterminata di macchine con il motore acceso, senza un'idea chiara di quando serei arrivata a destinazione: e dire che ero in motorino, il mezzo più veloce per districarsi dall'empasse del traffico cittadino! Stavo andando da una amica e la mente viaggiava molto più veloce del mezzo sul quale ero seduta, tant'è che ho pure sbagliato strada e invece di prendere la via più diretta, ho fatto "la lunga", seguendo il lento fluire del tevere..

Ma che c'entra l'estate? C'entra perchè ferma nel traffico, mi è arrivato dritto a cuore un "flash": mi sono ricordata di quelle estati degli anni 80 quando a Roma non c'era proprio nessuno, luglio e agosto erano il periodo dell'abbandono e solo pochi negozi e baretti continuavano ostinatamente ad essere aperti, per la gioia dei tanti vecchietti in preda alla calura. Estati in cui faceva caldo davvero (e non bisognava aspettare fine giugno), ma era un caldo che ti faceva felice, perchè lo associavi alle vacanze, al dolce far nulla, alla fine della scuola, al via alle magliette corte.

Ricordo che ci mettevo soli 12 minuti dall'Aurelia a Ponte Milvio con il mio vecchio "Sì" Piaggio bordò, modificato da mio fratello quando lavorava al "pronto pizza".

Nessuno. In strada non c'era nessuno, soprattutto intorno al 14 luglio, quando dopo un pomeriggio passato in parrocchia nella stanza del ciclostile (chi si ricorda quel terribile odore che si attaccava alla gola?) a fotocopiare montagne di circolari o canzonieri per i campi scout, uscire a montare sul mio mitico Sì era una bellezza: alte velocità (40 km/h??), vento sulle spalle (usavo il caso integrale quando ancora significava essere una soggettona), braccia riscaldate dal sole.. viaaaa! lungotevere, piazzale clodio, viaaa! nenche un rosso...

Una volta sì, che i romani facevano vacanza! Si partiva a luglio, magari non si andava lontano: Ostia, Fragene, S. Marinella per chi amava il mare, i Castelli per gli amanti del fresco. E se i papà lavoravano ancora, partivano le mamme, con i figli, le suocere e le cognate, in un equilibrio familiare oggi impensabile. I bambini tornavano in città a settembre neri, ma così neri che Roma sembrava già allora una città multiraziale.
E anche Roma, sono sicura, si riposava, stiracchiava le braccia delle vie consolari, si sdraiava comoda nei suoi parchi ombrosi e si rinfrancava dal caos prodotto dai suoi abitanti, ricordando probabilmente con nostalgia i nostri predecessori dell'impero romano, che parlavano tanto, ma erano molto meno "caciaroni" di noi.

Visto che oggi queste estati semplici e corali non esistono più, l'unica è conservarne il ricordo e cercare di viverle ancora un pò dentro di noi..

LDS

venerdì 4 giugno 2010

La psicoanalisi del futuro..


La cultura popolare indica gli psicologi, e in particolare gli psicoanalisti, come un gruppo di strani personaggi che pensa di avere tutte le risposte e di conoscere i veri motivi delle nostre inquietudini. Una volta ti facevano vedere delle macchie di vernice su un foglio e quando tu dicevi "sembra una farfalla" loro sapevano benissimo che stavi pensando al sesso. Oggi la nostra consapevolezza di questo mestiere misterioso legato alla mente e all'interpretzione dell'animo umano è cresciuta e addirittura a volte ci affidiamo con fiducia sconfinata nelle mani del professionista, dimenticando di avere amici altrettanto pronti ad ascoltarci e consigliarci (gratis).

In ogni caso, come cambiano le consapevolezze, cambiano anche gli strumenti della psicoanalisi ed oggi lo strumento nuovo per eccellenza è il social network!

Leggevo la pagina di una ragazza ventenne che conoscevo fin da piccola, ora quello che ho trovato mi ha fatto capire che non la conosco più. Nelle decine di album fotografici postati la si vede prevalentemete intenta a feste notturne con folti gruppi di amici, eccitanti vacanze estive e viaggi internazionali e con la cricca dei vecchi compagni del liceo. Nei dati personali si dichiara sposata con un tipo. Vado a vedere chi è e nelle sue (tante) foto si vedono quasi sempre occhialoni a specchio, qualche foto a torso nudo, molte foto in posa e molte foto "di sedere".. Penso: "ma sarà il tipo giusto per lei?". E ancora "ma la mamma (anche lei sul social network) lo sa?".
A proposito di famiglia, sfoglio anche l'unico albun che ne riporta tracce, con foto di lei da picola, il cuginetto, la sorellina più grande, la madre.. il padre è il grande assente: non una foto con lui, neanche da piccoli..

Ecco, uno psicanalista qui potrebbe lanciarsi in grandi interpretazioni: quali problematiche si trascina la paziente con il padre? perchè sembra volerlo cancellare dalla sua vita? E sulle foto delle feste: quale immagine di sè vuole offrire al mondo questa bella ragazza? è grande e intelligente, ma ancora sembra vittima del gruppone, della caciara, dell'abbevazzamento..

Insomma anche quello che scriviamo e pubblichiamo sui SN, confidando in una grande libertà di espressione e con il desiderio di tenere legati a noi amici e parenti è lì, parla di noi molto di più di quanto vorremmo. E dice di noi cose che vorremmo tener segrete, porta alla luce quello che è scritto tra le righe dei nostri desideri e delle nostre paure.. E che magari diremmo solo al professionista fidato, semmai le vorremmo dire.

Figurati cosa può dire di te un blog..

LDS

giovedì 3 giugno 2010

Mi dimetto da padre!

..ieri ho chiacchierato con una coppia di amici, genitori da poco e ascoltandoli mi sono accorta che tra le tante scelte della vita, reversibili per la maggior parte, quella di essere genitori credo sia l'unica che sfugge alla regola.:
ti stufi di un fidanzato: lo lasci
va in crisi il matrimonio: ti separi
il lavoro ti è insopportanbile: ti licenzi
non sopporti il tuo paese: parti
non entri più in un vestito: lo regali o lo cambi
non ti appassiona più un obiettivo: rinunci


Al di là delle scontate facilitazioni dell'elenco appena steso, dal momento in cui hai un pargolo tra le braccia e, inconsapevole delle implicazioni, hai deciso di tenerlo con te, ti scontri con le mille cose da fare e con il fatto che la tua vita cambia. Per sempre.
Che tu cambi e non sari mai più lo stesso.
Nella maggior parte dei casi cambi in meglio, perchè un infante ti allena alla tenerezza, alla pazienza, alla rinuncia del superfluo, alla concretezza e ti insegna, anche se credevi di saperlo già, quali sono le cose più importanti della vita. Ma davvero ti può mettere alla prova in modo impegnativo.


Mi raccontavano la giornata tipo: sveglia di lui alle 5, distrutto, va al lavoro, rientra alle 16, giusto il tempo di cambiarsi e recupera il pargolo al nido, rientra a casa. Si sono fatte le 18, torna la moglie. Hanno tempo fino alle 19.15 (sempre con il pargolo tra i piedi) per parlare, poi è l'ora del bagnetto. Si parte: lui con la vasca e il pargolo che urla, lei ai fornelli a cucinare cose diverse per persone diverse, apparecchiare e tutto in un tempo limite di 30 minuti. Cena del pargolo (spesso difficile), poi cena dei genitori, con il pargolo che intanto smonta casa. Ancora una piccola pausa e alle 9.30 la buona notte. Dopo un pò il silenzio e gli occhi sulla televisione per distrarsi, scaricare le tensioni, alla ricerca di qualcosa di allegro (ma si vedono sempre film di squartamenti, se va bene di autopsie..). Lui si addormenta sulla poltrona, lei regge di più. Tutti a letto alle 11-11.30 e durante la notte 2-3-4 sveglie urlanti del pargolo che mette i dentini. E quando questa routine si aggiunge ad un lavoro faticoso, allo stress accumulato, al bisogno di una vacanza, a problemi economici o familiari, ad acciacchi di salute (somatizzi!), quanto tutto si aggiunge alla stanchezza fisica e mentale, al sonno che non recuperi MAI, allora, malgrado tutto l'amore del mondo, può capitare anche di sentire la frase: "mi dimetto da padre!".


Detto questo, miei amati ospiti, non vi spaventate, fate figli!! C'è una pubblicità che adoro dove la frase conclusiva dice "DIVERTITEVI: FATEVI UNA FAMIGLIA"!


..Sappiate solo che le dimissioni non sono accettate!


LDS

martedì 1 giugno 2010

la ricerca della SERENITA'.....

... ieri ho saputo che una mia amica di vecchia data ha messo su una società di consulenza: consigli, accompagnamento, sostegno a chi nella vita si ritrova in uno di quei momenti in cui si sente confuso, smarrito, sa di essere cambiato, ma non capisce bene chhi è adesso.. Capita di trovarsi così, avvolti dalla nebbia umida dell'insoddisfazione, proiettati verso sogni irrealizzabili, ma inchiodati in una quotidianità piena delle esigenze (sempre degli altri) e con poco tempo per pensare (che a volte è meglio non pensare troppo, sennò..).
Sempre ieri, qualcuno mi diceva che si tratta di un mestiere "per chi non ha nulla da fare", facendo scivolare via tutto il romanticismo della proposta.. E subito mi è tornata alla mente "bocca di rosa": si dice la gente da buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio..
Io però credo che oggi, più che l'esplorazione del proprio potenziale, professionale e personale, ci sia soprattitto bisogno di ritrovare serenità.

S.E.R.E.N.I.T.A'.

Che parolone! Un pò demodé in effetti, ma ricco di significato per me, nelle mie giornate vissute sempre di corsa, sempre ad inseguire scadenze (..ma il latte il giorno dopo è ancora buono??), le bollette che scadono (ma perchè mai non facciamo la domiciliazione???), gli appuntamenti in agenda (nooo! si è accesa la spia! Devo fare la revisione!!)

Insomma, la mia sfida personale oggi non è "la ricerda della felicità" ( caro Muccino, il film è molto bello, ma visto avevi deciso di farlo finire bene, non potevi lasciare alla fine qualcosa di più di 5 secondi di felicità?? Non si fa in tempo a rinfrancarsi dalle lacrime versate nelle due ore precedenti!), ma la ricerca della serenità.

Imbarcatevi anche voi nell'avventura. Datemi retta: SERENITA'..

PS: Vince un premio chi conia l'acronimo migliore...

LDS

una nuova avventura..

Amati ospiti,
come dice il mio venditore preferito, vestito di bianco, con una giacca con omerali dorati su Telemarket, oggi inizia un'avventura tutta nuova. La risposta ad un imperativo crescente, ad un'inquietudine interna che mi ha spinto a fantasticare sulla possibilità di esprimermi in un modo nuovo, in un mondo per me estraneo - come il WEB, dove tutto sembra libero, ma dove le insidie sono dietro l'angolo, sempre.
Parte oggi, ma in via sperimentale. Non so se sarà la risposta alla mia domanda. Vedremo. Forse insieme.
Buona vita.
LDS