martedì 9 novembre 2010

Una Famiglia che sia "casa"


Siamo l'ultima generazione, ne sono convinta, ad avere avuto una mamma che faceva la casalinga e soprattutto la madre. Ruolo assai impegnativo, soprattutto se si ha più di un figlio, magari tre. Finchè non sono arrivata ad essere madre, tutto il gran casino di impegno e sacrificio di questo ruolo non mi era affatto chiaro. Ma neanche quando avevo il pancione e mi confrontavo con il futuro prossimo potevo immaginare la portata che la nascita di mio figlio avrebbe avuto sulla mia vita, presente e futura. E' un ribaltamento completo del proprio universo, o almeno così è stato per me.

Ma quello a cui stavo pensando ieri è proprio questo varco generazionale dal quale non si potrà tornare più indietro nella nostra società. Incontro in questi giorni, come negli ultimi anni, un sacco di giovani, spesso poco più che ventenni, e parliamo dei loro progetti, dei loro obiettivi personali, delle loro famiglie e dei loro modelli di riferimento. Da questi racconti mi rendo conto che - sarà un caso - esiste una realtà giovanile molto diversa dalla mia.

Vivere a Roma fa male alla testa, soprattutto se ti viene un'idea. I giovani romani non sono contretti ad andare lontano per trovare una facoltà universitaria interessante, hanno tutto alla portata di mano/di metro/di tram. Non vivono allora quella dimensione di "apparente adultità" del vivere da soli, o meglio insieme ad altri, tipica dei "fuorisede". Uno stile di vita, tra esami, amici, mantenimento pseudo ordinato di un appartameto, uscite serali, che li fa sembrare davvero adulti in apparenza, ma che in realtà , secondo me, non fanno che rispecchiare un modello distorto di "ciò che si fa" e del "come si vive" normalmente oggi. Da ciò che sento, in fondo la "Casa" del Grande Fratello è largamente riproducibile in tanti appartamnenti di giovani universitari: quello che vediamo nello schermo, talvolta inorriditi per la pochezza che intravediamo e per i personaggi pazzeschi che sono nella "Casa", non è che lo specchio - pur esagerato - della vita di migliaia di giovani italiani.

Non scrivo tanto per esprimenre un giudizio di valore sulle singole persone o su una generazione, osservo solamente quanto a questa generazione di giovani manchino dei punti di rferimento certi, del modelli sani, dei principi guida che aiutino, in questo mondo in folle corsa, a trovare una pratica via di uscita verso la felicità.

La mia non è stata in nessun modo una famiglia ideale, nel senso che i miei genitori non sono stati genitori ideali. Certo oggi mi sento molto più buona di prima nell'espriemere dei giudizi su di loro in quanto, anche facendo del mio meglio, potrei raccogliere anche minor successo di loro. Di una cosa certamente, tra le tante, devo ringraziare la mia famiglia: il fatto di aver avuto una madre che faceva la madre. Ovvero qualcuno che era lì quando tornavamo da scuola, qualcuno che provvedeva a noi, ci cucinava il pranzo e la cena, qualcuno che era sempre lì per qualunque necessità. No, lungi da me il tracciare un quadro antifemminista del ruolo della donna. Da quando lavoro, ho sempre pensato che sarebbe stato molto difficle smettere, che si trattava di una attività che dava realizzazione personale, che faceva essere migliori, che ci faceva usare - come agli uomini - quel dono grande che è il nostro cervello, la nostra abilità, la nostra passione per qualcosa di utile anche al di fuori delle mura domestiche. Mi è capitato di pensare "ma come fa?" di un'amica che dopo il parto non ha più ripreso a lavorare. Forse anche perchè io al lavoro sono voluta tornare di corsa, scappando da un piccolino sempre in pianto che mi aveva allora sconvolto l'anima e sfiancato il fisico.

Credo però che la presenza così continua e affettuosa di una madre, il fatto di poterci contare sempre in caso di difficoltà, il fatto di avere sempre una risposta, una indicazione su giusto e sbagliato sia stato di estremo e importamnte aiuto per me. Chi non ha avuto questa fortuna certamente non può capire queste mie righe. Perchè non è stato tanto un confronto nel quale ci veniva detto cosa è buono e cosa no, in termini meramente dottrinali, ma era una continua occasione per sottolineare ciò che di bello c'è nel mondo. Questo mi ha fatto crescere fiduciosa e ottinista, sebbene con tutte le timidezze e titubanze di un giovane che affronta la vita.

Oggi penso al domani, ed è quì che volevo arrivare fin dall'inizio. Oggi mettiamo i nostri bimbi in nidi privati, o pubblici se siamo fortunati, poi fino alle medie speriamo di avere la possibilità di tenerli chiusi a scuola fino alle 5 o alle 6 per poter fare le nostre 8 ore quotidiane. Per necessità o ambizione, releghiamo i nostri figli in strutture che non sono la loro "casa", con educatori che non sono i loro genitori e ci accontentiamo di quelle due ore al giorno, prima e dopo la cena, per "fare i genitori". E sono momenti taaanto brevi, in cui le nostre tensioni di padri e madri amorevoli si scontrano con i limiti di un rapporto importante ma poco coltivato.. Che fare poi se c'è chi lavora anche il Weeekend?
Scherzi a parte la domanda se questo è il modello di famiglia che voglio offrire ai miei figli me la sto ponendo seriamente. E' una domanda importante e incrocia la necessità di trovare risorse economiche per la famiglia, spazi di realizzazione personali e l'esigenza crescente nel mio cuore di dare risposta a questo modello di famiglia che mi porto dietro, all'idea di un amore materno che è cresciuto con difficoltà, ma che si è fatto sempre più forte e più forte crescerà.

Sarò forse in grado di dare una risposta quando ci metteremo insieme io Rob davanti al tavolo di casa, con una tazza di cioccolata calda in mano e nostro figlio che gira correndo tutto il torno..

LDS