martedì 26 aprile 2011

SE ARRIVA IL SECONDO



Per dire che da tempo sto effettuando una inchiesta tra amiche e conoscenti, accomunate dal solo criterio di essere madri di due o più infanti. L'inchiesta informale riguarda circa il fatidico momento della nascita del secondo figlio.


C'è chi ha atteso molto, chi molto poco, fattostà che a parte le attese più o meno volontarie tra il primo e il secondo, i pareri sono decisamente contrastanti. La domanda era "ma il secondo è stato più facile del primo?" inteso nel senso non esclusivo del parto, ma della crescita, della gestione dei primi mesi e delle prime notti, delle prime malattie, etc., che per un genitore già rodato non sarebbero le "prime" in assoluto, essendosi già scontrato con il primogenito/la primogenita.


Mi risponde Paola e mi dice che la secondo genita è stata tremenda ma soprattutto perchè non dormiva mai (mentre la prima figlia era stata più tranquilla e regolare). A un'anno dalla nascita della seconda bimba paola riusciva a mala pena a riposarsi e tutto avrebbe cercato tranne che una eventuale terza gravidanza. (NB siamo nei giorni della nascita della terzogenita!!)


Mi risponde Massimo e mi dice invece che il secondo è stato molto più gestibile perchè, mentre alla prima figlia si dedicavano attenzioni speciali (farla addormentare tenendole la manina), al secondo doveva andare bene un minuto di cullata e poi ninna da solo. Ed io mentre sentivo questo pensavo a quella volta che Paolo, per esasperazione, è stato chiuso con la carrozzina in cucina a piangere (unica stanza che insonorizzasse il suo pianto spaccatimpani).


Mi risponde Enrica, assolutamente convinta che l'arrivo della seconda figlia sia (testuali) "una moltiplicazione all'ennesima potenza della fatica". Mentre con la prima figlia appena nata entri in simbiosi (dorme lei dormi anche tu, sviluppando per la stanchezza una capacità di addormentarti istantaneamente in qualunque posto e in qualunque posizione, anche se solo per pochi minuti), mentre la seconda figlia dorme tu devi badare alla prima che, spodestata dal suo ruolo di "reginetta della casa", reclama a gran voce la sua mamma e la tua massima attenzione. Parole che colpiscono, soprattutto chi ha avuto un primogenito impegnativo.


Così, ancora ponderando dubbiosa su queste ed altre testimonianze, ieri facendo zapping in un momento di riposo del topaccio mi imbatto nel film strappalacrime "un bambino di amare", complessa storia di un genitore americano, vedovo da due anni, che adotta un "bambino difficile" con problemi di relazione che è convinto di essere un marziano. Il film si snoda tra le difficoltà e i successi del padre amorevole che cerca di creare una relazione ed un contatto con il figlio, da un lato lasciando al bambino lo spazio per volare con la fantasia e dall'altro obbligandolo a confrontarsi con la terribile esigenza di integrarsi con il mondo circostante e con quello talvolta crudele della scuola elementare. La frase più incisiva del film è senz'altro "ma perchè non riesci ad essere solamente come noi vogliamo che tu sia?". Indirizzata al padre questa domanda, strillata a brutto muso dalla sua esigente datrice di lavoro, gli fa capire la prospettiva distorta che lui stesso stava imponendo al figlio.


Finale struggente, salvataggio sul cornicione, violini.. non è importante come finisce (bene) il film, quello che conta è il messaggio che arriva a chi tenta di essere un bravo genitore: basta pretendere che tuo figlio dorma tutta la notte, mangi tutto quello che prepari e non butti i giocattoli per terra! I figli ci chiedono solo di essere amati per quello che sono, non per come che noi vorremmo che fossero. Sembra una verità banale, ma vi si giunge spesso solo attraverso l'errore.


Così, in questa prospettiva, anche la terribile minaccia del secondo figlio "distruggente" tutti gli equilibri famigliari faticosamete recuperati (quando vengono recuperati) non fa proprio più paura: che importa il caos, il poco sonno, le corse dal pediatra in confronto alla gioia di un figlio?


E allora auguri a R., E., B., P., V. e tutte le altre (tutte adesso!!!) che in questa primavera pazzerella stanno iniziando ad immaginare un nuovo delizioso tornado che scompiglierà a breve la loro vita.


LDS

venerdì 15 aprile 2011

TI LAMENTI? MA CHE TI LAMENTI?



Ci sono giorni in cui, anche se con grande impegno, non è facile affrontare la giornata lavorativa con entusiasmo e positive thinking. E allora, nella logica del "mal comune mezzo gaudio" può venire in aiuto sapere che non si è i soli a vivere queste difficoltà. Ecco un testo trovato su Internet:


"E uno che si lamenta perché hanno chiesto ulteriore conferma ad un consulente esterno relativamente al suo lavoro ben fatto e minaccia ogni cinque minuti di consegnare la lettera di licenziamento; e una che dice che non è una grande perdita perdere questo lavoro e si lamenta perché non può fare quello che le pare, tipo venire tardi e andare via presto, senza che nessuno le ricordi periodicamente che ha un orario da rispettare; e una che non c’è la fa emotivamente e che ogni problema è assunto come una goccia di veleno che la fa star male e che le impedisce di reagire, che più che lamentarsi, piagnucola; e uno che si lamenta, cinico e arrabbiato, sulle cariche politiche aziendali, sull’incoerenza dei comportamenti e sulla piccolezza delle scelte, lamenta il basso stipendio, rimuginando l’assenza di alternative concrete; e una che si lamenta che le persone incaricate degli aspetti amministrativi non sanno fare il loro lavoro e sono degli incompetenti, e afferma che lei non interverrà per impedire la catastrofe, poiché non le compete; e uno che non ce la fa più ad impegnarsi per proporre un cambiamento positivo nelle dinamiche decisionali e si trova, demotivato, costantemente sotto tiro del coordinamento e sovraccarico di lavoro; e una che ancora non sa dove si trova che esprime stiticamente dei commenti negativi sull’insensatezza dell’insieme, ma non si capisce bene cosa vuole, cosa cerca e soprattutto perché è venuta; e una che resiste, non dice mai no, è sempre puntuale, ma se la provochi sputa veleno su tutto e tutti, come se avesse preso nota e registrato prontamente ogni comportamento scorretto negli ultimi cinque anni; e uno che ha due neuroni e va a due all’ora nel parlare e nel pensare, che invece di essere un aiuto è di intralcio, ma che non si lamenta perché ancora non ci ha pensato; e una che sarebbe anche brava, ma ha un caratteraccio permaloso e scontroso, che ha la sindrome da sottomessa ribelle, che se le chiedi una cosa o lo fai con mille salamelecchi o con lei hai chiuso per sempre; e una che non si lamenta spesso se non per affermare che è sovraccarica, per sottolineare che ha capito, quando invece è platealmente noto che è l’unica a non aver capito; e uno che non c’è quasi mai, è sempre in giro e quando c’è è silenzioso e si fa le sue cose anche se si capisce che ha un retro pensiero non positivo, non sputa nel piatto nel quale mangia, perlomeno in pubblico; e una che si lamenta talmente tanto che scende e sale dagli uffici cercando spalle sulle quali piangere, lamentandosi per tutte le incoerenze operative e decisionali con le quali si confronta, soffrendo come se qualcuno l’avesse rinchiusa a forza in queste mura; e una che è solo di passaggio, occupata a fare del suo meglio per meritare di restare, ma senza essere convinta fino in fondo se sia davvero il caso di restare, giustificandosi con se stessa pensando “tanto era un momento di inattività lavorativa”; e uno che viaggia su altri livelli, che ragiona a modo suo sui massimi sistemi e con la stessa visione si confronta a volte maldestramente con i problemi concreti pratici quotidiani, che si lamenta meno sulle tante cose da fare che su quelle che sarebbe politicamente etico fare diversamente; e poi c’è una che è diventata insofferente a tutte le richieste, che quando è arrivata al livello di sopportazione massimo lo capisci dal fatto che non parla più; e poi c’è quella che ha fatto la scalata, che si è assicurata l’unico aumento di stipendio dell’anno che nessun altro ha avuto e che ora si lamenta non più per i superiori, ma per i subalterni che non fanno quello che dovrebbero; e poi c’è quella che ha imparato negli anni la tecnica dello struzzo, che mette la testa sotto la sabbia per non vedere quello che c’è da vedere, la cui assoluta fedeltà alla causa aziendale la rende impermeabile a qualsiasi critica; e poi c’è quello che la vita lo ha bastonato forte e che ha deciso di non farsi bastonare più dalle piccole cose, rimbalza su di lui come muro di gomma qualunque critica e stress lavorativo; e poi c’è quella che un venerdì sì e uno no sta male, che crede di avere una discreta relazione con tutti mentre nessuno la può vedere, o meglio nessuno ha la pazienza di ascoltarla; e poi c’è quella che ha imparato da gradi maestri l’arte della lamentazione e la applica con battutine brevi e faccine ironiche quasi tutti i giorni; e poi c’è quello che di solito non c’è, ma che quando c’è cerca di socializzare dimenticandosi che la scarsa risposta che riceve è causata direttamente dalle sue scelte gestionali. In questo clima, con quale ottimismo è possibile andare al lavoro felici e vivere la propria serenità quotidiana sognando un futuro positivo?"


..mi ripropongo di trovare anche qualcosa di più ottimista da condividere..


LDS

martedì 5 aprile 2011

Ecco qualche foto di posti che in questo momento di inizio primavera mi stimolano voglia di viaggiare: Qui imagino un certo frescolino.. qui ci sono stata: magico!.. qui ci vorrei tanto passare almeno una serata.. anche qui ci sono stata: che mare!.. anche qui tra questa sabbia e questo sale ci sono stata.. in attesa di altre meraviglie.. LDS

lunedì 4 aprile 2011

BILANCI PRIMAVERILI


Sì, lo so, il periodo di bilanci per antonomasia è quello di fine anno: verifica degli obiettvi raggiunti, delle promesse mantenute, degli eventuali chili persi,.. In questi giorni più che altro capita di fermarsi a riflettere se fare subito tutto il cambio di stagione nell'armadio o iniziare solo dalle scarpe estive (non so da voi ma a Roma è già estate, non esiste più la mezza stagione e temiamo tutti che sia solo una falsa promessa).

In realtà però io credo che qualsiasi momento sia quello giusto per un momento di riflessione. Il problema è che ce ne prendiamo troppo raramente di questi brevi momenti per pensare, sempre a correre dietro a scadenze e a necessità quotidiane.

A distanza di tempo mi trovo a riflettere sull'esperienza di questo Blog, sugli obiettivi personali che mi ero posto al monento del suo "varo" e che, passati ormai vari mesi, sento di dover rivedere. Ho iniziato a scrivere spinta dal desiderio di condividere pensieri ed emozioni, dalla necessità di comunicare in modo diverso e magari più "universale" la mia opinione e il mio sentire personale, il mio modo di vedere le piccole grandi cose della vita.
Ora mi chiedo: ho risposto alla mia domanda? Ci sono riuscita?

Avevo deciso fin dall'inizio di non farmi troppo condizionare dal lettore, dall'eventuale commento - sempre gradito - rimanendo autentica nel contenuto. Ho cercato di evitare piaggerie, di non pensare troppo a chi - parente o amico - avrebbe potuto leggermi. Non sempre, cari miei, ci sono riuscita. Qualche volta, se rileggo qualche post, ho strizzato l'occhio a questo, o a quello.

In altri momenti invece è stato proprio poter immaginare he qualcuno mi avrebbe letto ad aiutarmi a buttare giù pensieri e sensazioni. Quei 4 sostenitori che si sono registrati, quei contatti di lettori casuali mi hanno fatto davvero piacere. Se non mi leggesse nessuno non avrebbe senso scrivere quì. Basterebbero le pagine di un diario personale.. che non sono mai riuscira a tenere.

Alla fine della riflessione, credo che valga la pena continuare, anche se sono discontinua, se non riecso a trovare un tempo giusto per scrivere i mille pensieri che affollano la mia mente. Anche se a volte scrivo cose divertenti e a volte no. Anche se scrivo cose interessanti e a volte no. L'obiettivo, come prima ho detto, non è propriamente quello di divertire (anche se non fa male strappare un piccolo sorriso raccontando di esperienze quotidiane che magari sono comuni a molti) ma di sfogliare i vari petali del mio fiore e scoprirne le varie sfumature..

E' che se torno alla mia quotidianità, così "personalistica" e legata a me, ai miei cari, ai miei pochi veri amici, mi sembra che mi sfugga una parte del mondo, una parte di vita. Vale sempre la pena di comunicare, di essere come vasi comunicanti, arricchendoci dell'energia l'uno dell'altro.

Io ci credo. Voglio essere migliore. Magari ci posso riuscire.
Sarò ancora qui per un pò.

LDS