venerdì 30 marzo 2012

IL (UN) SEGRETO DELLA FELICITA'


Iniziavo questo blog tempo fa anche alla ricerca, dentro me e fuori di me, di spazi per esplorare ciò che ci rende felici, realizzzati, appagati, sereni. Le strade percorse sono tante, la ricerca non è finita certamente, ma oggi mi trovo a soffermarmi su uno dei segreti della felicità che sempre più lucidamente si è preso spazio nella mia personale "top ten", immagino facilmente condivisibile.

Il segreto di cui parlo oggi, solo all'apparenza banale, è "rimanere aperti all'amicizia".
Semplice affermarlo, difficile nell'applicazione. Perchè credo che anche voi in qualche momento della vostra vita abbiate pensato che stop, le vere amicizie sono quelle che vi siete già fatti, magari da giovani, quelle legate a una parte della vostra vita in cui avete fatto imprese eccezionali, e che sono  comunque persone con le quali avete condiviso momenti importanti, a volte belli, a volte tragici. Non è così?

Se è così, salta all'occhio il riferimento al passato, che inevitabilmente ci porta a guardare con minore apertura il futuro.

Perchè i più cinici tra noi potrebbero affermare con tono malinconico che gli amici veri se li sono fatti quando ancora non erano così cinici, ovvero quando ancora credevano in alti ideali di amicizia e fiducia nel prossimo.

Quelli più nostalgici potrebbero affermare che gli amici sono solo quelli dei tempi della scuola, in particolare quelli del liceo, in base a simpatie sviluppatesi per somiglianza e ad esperienze vissute insieme, importanti perchè "le prime" vissute in autonomia dai grandi. Ci sono gruppi di amici (e comitive che conosco) che hanno fatto insieme il liceo composti da persone diversissime per stili personali, scelte di vita e percorsi professionali successivi. Anche diversi per classe sociale. Eppure sono unitissimi in una sorta di "cameratismo scolastico" che non lascia un vero accesso a coloro che sono venuti dopo (ragazze, mogli, compagni dei principali appartenenti). Si tratta di un club esclusivo che viene portato avanti nel tempo, ma che in realtà spesso non nutre l'amicizia di esperienze "nuove", ma ha senso di per sè, anche nell'immobilismo temporale. Tu ti chiedi "cosa hanno oggi da spartire questi qui?", ma la risposta è semplice ed è legata a quell'accezione di amicizia che trova nel bisogno di appartenenza la sua chiave fondamentale.

Altri ancora (e spesso sono gli stessi che credono che l'amicizia sia possibile sono ed esclusivamente tra persone simili e che "gli amici veri si contano sulle dita di una mano"), credono che gli amici a 40 anni "o te li sei già fatti o non li trovi più". A parte il senso di tristezza immediato che mi provoca questa affermazione, credo che questo atteggiamento non porti alla strada per la felicità.

Il mio essere aperti all'amicizia significa porsi nelle condizioni mentali di aspettarsi che essa possa nascere ogni giorno, anche da un incontro fortuito e imprevisto, anche da una relazione che non ti aspettavi fosse nulla di più che lavorativa. Lo sto scoprendo in questi giorni quando, all'infittirsi di contatti e scambi con altre mamme, con vecchie "conoscenti" o con nuovi contatti, sento nascere in me forte questa speranza di amicizia. Una speranza autentica, fatta di voglia di conoscersi e raccontarsi piano piano, di fare cose insieme anche virtualmente, un desiderio di confronto che non cerca rassicurazione nell'espressione di un medesimo parere, ma che si arricchisce delle diverse sfumature che ciascuno coglie in base alla sua storia di vita.

Coerentemente con il cambiamento stagionale, sento una sorta di primavera dell'amicizia: la vita mi invita a credere e sperare che nuovi legami di qualità sono possibili, così come il rinsaldarsi di quelli antichi, a volte strascurati. Vorrei che questa sensazione di fiducia mi continuasse ad accompagnarmi sempre e vorrei ne sentiste l'eco anche voi.

E credo fortemente che i progetti di relazione in cui questa speranza concretamente si traduce ci dia la possibilità, ancora una volta, di mostrarci - ed essere realmente - persone migliori, capaci di tirare fuori il meglio di noi stessi.

L'altro, in fondo, non è che uno specchio.

LDS
*Foto da qui

lunedì 19 marzo 2012

VISSUTI POST-PARTO




Ancora un post su un argomento tipicamente femminile, frutto dei diversi stati emotivi che mi attraversano, in queste settimane così.."demanding" (no, non riesco a trovare una traduzione italiana che renda a sufficienza il significato del termine inglese).

Iniziamo da una grande gioia: domenica sono andata a trovare la mia migliore amica che è appena diventata mamma. Finalmente la possibilità di condividere insieme quella gioia immensa che è stringere fra le braccia il proprio piccoletto, caldo e profumato. Il pargolo mi era piccolo come un fagiolino, con le sue mani rosse e grinzosette tipiche dei neonati, con il corpicino che andava su e giù mentre respirava sonnacchioso, con qualche timida smorfietta silenziosa: insomma una meraviglia, la dimostrazione più evidente che Dio esiste, l'incredibile esperienza di una vita che inizia (anzi prosegue) in questo nostro pazzo mondo.
E ancora più bello lo sguardo della neo-mamma, così fiero dello sforzo profuso e dell'ottimo risultato, così piena di fiducia nel futuro. La natura in questo senso è eccezionale: ci manda proprio gli stimoli chimici ed ormonali più utili al proseguimento della specie e alla gestione dei ciccioli.

Nota a margine della visita: il bimbo è stato silenziosissimo tutto il tempo, al primo vago movimento del braccio è stato portato di là per la poppata. Non un lamento, non un pianto: ennesima prova che chi si ritrova pargoli urlanti forse se lo meritava, una sorta di "legge del contrappasso".. (vedi il MIO piccolo Attila dei primi 4 mesi).

Tornando a casa, mi confrontavo con la mia dolce metà su questa fase di "inizio" che anche noi abbiamo attraversato e facendo paragoni, ripercorrevamo la nostra vita di neo-genitori. Così, ripensandoci in auto, ho pensato su quanto è importante per una neo-mamma poter raccontare a qualcuno l'esperienza del proprio primo parto.

Perchè a volte capita che l'occasione di un'amica che partorisce sia una scusa per poter ri-raccontare il proprio di parto, e non tanto di ascoltare il suo. Invece io so per esperienza che in quella delicata fase dove gli occhi di tutti - parenti e amici - sono diretti verso il frugoletto piangente, in pochi guardano la madre, mentre è lei quella che ha più bisogno: di parlare, rielaborare il momento del parto , di raccontarlo a qualcuno che abbia voglia di ascoltarti veramente e che dia valore al tuo stato d'animo e non solo a peso e lunghezza.

Perchè quando sbrigativamnete l'ospedale ti rimanda a casa con il tuo nuovo fagottino, questa "solitudine emotiva" può venire amplificata dalla solitudine fisica, dal senso di inadeguatezza nel gestire la nuova situazione, dal non sentirsi capaci o all'altezza, nella frustrazione di cercare senza successo nella carrozzina il "libretto delle istruzioni".

In auto pensavo a queste cose con il migliore proposito di essere vicina, in ascolto, disponibile verso la nuova mamma e, di colpo, ricordando di 3 anni fa, ho sentito un nodo alla gola che mi ha obbligato al silenzio.

Il termine "baby blues" non è rappresentativo nel mio caso. Nella pratica non ho avuto nessun problema strano nei primi 3 mesi divita di mio figlio e sono molto fortunata, ma la solitudine emotiva che ho provato, lo smarrimento, il profondo bisogno di senso che mi ha investito, confrontandomi con una trasformazione immensa di ciò che ero hanno lasciato un segno. Ripensando a ieri e a quel periodo provo dispiacere, perchè penso di aver perso un'occasione per riscoprire quella nuova identità con la stessa gioia e serenità che vedo vivere ad altre mamme.

Per me è andata diversamente: un marito con orari di lavoro difficili, che chiamavo in pianto, a causa dei piccoli problemi della maternità, l'esigenza forte di essere in due - per quanto impreparati - ad affrontare l'"ignoto" e l'impossibilità di vivere a pieno questa dimensione di coppia..
..e poi la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa più grande di me, la resistenza al cambiamento, la difficoltà ad accettare emotivamente la dipendenza totale di un bambino per la sua sopravvivenza, 24 ore su 24..

Certamente all'epoca ho provato a condividere queste sensazioni e paure, ho telefonato ad amiche e parenti, ma la lucidità su ciò che si vive internamente a volta la si conquista solo a distanza di tempo. Magari ho chiesto aiuto per cose pratiche (ragadi, allattamento, coliche..) ma non credo di essere mai stata in grado di tradurre a qualcun'altro il mio mondo interiore.

Questo post è solo una porta socchiusa su un dolore personale. Piccolo se confrontato con i problemi veri, grande se confrontato alla serenità che auspico a tutte, in quel momento così particolare della vita che è il diventare mamma.

Ma la prossima volta parleremo di gioie...
LDS

*foto da qui

mercoledì 14 marzo 2012

PANORAMI AUTOSTRADALI




Sono di recente tornata da un viaggio in macchina piuttosto lungo che mi ha fatto attraversare buona parte dello stivale italico. Un viaggio di circa 9 ore di quelli che ti fanno diventare il "sedere piatto" e che ti intorpidiscono le gambe. Uno di quei viaggi che, anche se lo vuoi prendere bene, diventa infinito, soprattutto tra Firenze e Roma, dove il paesaggio cambia lentamente ma a volte ti guardi intorno e non sai dove ti trovi: "ma Orvieto è già passato?".

La cosa bella però dei viaggi lunghi in auto è che, se riesci a estranearti un pò dal resto dell'abitacolo, puoi vedere fuori dal finestrino. E vedendo fuori inevitabilmente mi capita di vedermi dentro.

In particolare, mi piace l'inizio della primavera dal finestrino perchè puoi vedere gli alberi non ancora coperti di fronde, le loro sagome sottili che si muovono nel vento, sia nei filari ordinati vicino al Pò, che nei campi sparsi dell'Emilia, un pò qua e un pò là. E, tra i rami, meraviglioso è intravedere i nidi degli uccelli. E' un pò come avere davanti delle radiografie di albero: i nidi sono quella massa scura intrecciata, quel nodo che non è venuto al pettine.

Guardo e vedo che gli uccelli hanno scelto i posti migliori, i rami più interni e solidi, la parte più riparata. Quando cresceranno le foglie non saranno più visibili e la famigliola godrà di fresco, sicurezza e privacy.

Non so perchè mi piacciono così tanto.

Anzi sì. E' che vorrei anche io avere un nido caldo e rassicurante dove nascondermi in questo periodo di venti forti e sferzanti che la vita mi riserva nel campo professionale. Quanta fatica in una situazione che ci porta giornalmente a discutere, che ci mostra impossibilità di avere prospettive, che ci destabilizza e ci demotiva!

L'unica soluzione è cercare il mio nido personale tra le braccia di chi mi sa ascoltare e confortare. E sono fortunata a stringere le mie piccole piume e appallottolarmi stretta stretta.

Buon inizio primavera a tutti.
LDS

*foto da qui.

giovedì 1 marzo 2012

A PROPOSITO DI AMORE..




Se analizzo rapidamente la mia vita sentimentale e vado moooolto indietro negli anni, noto che per un certo periodo ho avuto una costante: mi attraeva sempre un tipo di modello maschile molto specifico:
- ragazzi con uno stile prevalentemente passionale;
- persone lontane dalle regole del ben pensare comune;
- individui che in una parola definirei "liberi".
Sì, quando si è giovani e adolescenti è più facile essere liberi, si è più slegati da obblighi esterni al di là dalle pressioni familiari e si è alla ricerca di se stessi.

Un ricordo che mi fa ancora sorridere: quattordici anni, campeggio in toscana. Dopo una settimana, mio fratello mi dice con aria tra il severo e il preoccupato "Sorella: tutti, ma non quello lì!". E indovinate per chi batteva il mio cuore? Quello lì, naturalmente! Il più selvaggio, libero e indipendente dei ragazzi presenti. Con i più bei occhi nocciola che avessi mai visto e con un sorriso disarmante. Potevo forse resistere?

Nel tempo quel modello maschile mi è rimasto caro e, sebbene spesso l'essere entrambi passionali e "testa dura" in una coppia non funziona a lungo, accadeva che la mia mente e il mio cuore azzerassero ogni volta la memoria emotiva e nessuna "lezione appresa" sembrava costituire una difesa dagli errori.

Ma si può effettivamente parlare di errori in amore? Ti innamori di chi devi, indipendentemente dall'esito del tuo sentimento, non puoi scegliere la persona che ti fa battere forte il cuore. Ma con il tempo impari un pò a conoscerti e a capire di cosa hai bisogno davvero. Io infatti non sono di quel partito per il quale la copia è indipendente e "io non ho bisogno di te" e "tu sei autonomo da me". Io sono per una relazione di dipendenza. E ne vedo i risvolti positivi.

"La persona giusta è quella che ti rende migliore" diceva mia madre. Gran bella frase, anche se poi per essere davvero migliori ci dobbiamo impegnare noi, non qualcun'altro. Però credo ci sia una verità nel vedere in qualche modo legata la nostra felicità a qualcun'altro, qualcuno che risponde ai nostri bisogni alle nostre domande più personali e profonde. Se impari a chiederti cosa ti rende felice e sai darti una risposta, lì devi cercare. Ma devi essere onesto con te stesso fino in fondo e chiederti cosa ti rende felice non solo per un minuto, un'ora, un giorno.

Soprattutto se hai intenzione di fare progetti duraturi.
Del tipo "per tutta la vita".

LDS