venerdì 13 aprile 2012

IL (MIO) POSTO PIU' BELLO DEL MONDO


Ore 9.0 a.m. Sono (incredibilmente) in anticipo ad una conferenza in centro. Mi concedo il lusso, vista l'ora, di prendermi un caffè al bas di S. Eustachio, vicino al Pantheon. E' un caffè talmente celebre che ti spetti un "nettare degli Dei"nella tazzina  (0.90 centesimi). Sarà. A me sembra un caffè normale.

Quello che invece non è normale ma straordinario è il percorso che scelgo di fare al ritorno, passando per la piazza più bella del mondo. Piazza Navona? Con le meraviglie del Bernini e Borromini? Con la bellissima Fontana dei fiumi? No, pur amando immensamente il Bernini, il mio cuore batte sopra ogni cosa per Piazza Pantheon, così come la chiamo io e molti romani (anche se il nome corretto sarebbe Piazza della Rotonda).

Cammino con emozione su quei sanpietrini che ho calpestato già tante altre volte ed il mio battito cardiaco aumenta. Mi fermo accanto alla fontana e guardo la facciata del Pantheon. Niente a che vedere con l'interno. Quel "Marco Vipsanio Agrippa Fecit" mi cattura totalmente: il frontone, i capitelli con le foglie di acanto annerite dal tempo, le enormi colonne.. 
E mi piace il modo con cui quel tempio occupa lo spazio fisico, sta bene proprio lì dove sta, contornato da palazzi e palazzetti di epoca diversa. Tutta la piazza traduce una delle cose che mi piace più di Roma: la sovrapposizione delle epoche e degli stili, il mix di testimonianze architettoniche che, come nella ricetta del minestrone, sta incredibilmente bene insieme.

Piazza Pantheon è bella a quest'ora (e anche di più all'alba) perchè ancora non ci sono i turisti che affollano i tavolini dei caffè all'aperto, ancora non c'è il tormento dei venditori ambulanti di stupidità, ancora - soprattutto - non devi scanzarti continuamente per aprirti un varco nella folla. A quest'ora, ancora per poco, condividi la piazza solo con chi ci abita o chi cilavora: il cameriere, il signore del 3° piano, la guardia.

Cerco di riempirmi gli occhi il più possibile di quella bellezza: il palazzetto azzurrino, la facciata rovinata e quella restaurata, la targa su Lodovico Ariosto, le bifore del palazzetto medievale... Non lo so spiegare: di posti belli ce ne sono tanti nel mondo, ma questo angolo di Roma per me è speciale.

Vedo che una porzione di un palazzetto è attualmente in vendita: 3 piani più affaccio sopra i tetti, un piccolo portoncino direttamente sulla piazza. Per un istante oso immaginare che bello sarebbe essere talmente ricchi da poterselo permettere: comprare la casa, restaurarla e andarci ad abitare mettendo una piccola placca di ottone con il proprio nome accanto al campanello della porta... ma poi penso che sarebbe la mia rovina: passerei tutto il giorno a guardare la piazza! E' per questo (non per altro!) che decido di non acquistare il palazzetto.

Lezione appresa: Era troppo, troppo tempo che non passavo di qua. E' che siamo così abituati a pensare che le cose (e le persone) che ci piacciono siano sempre lì ad aspettarci...
Non è così.

Venite, venite a vedere anche voi.
LDS

Pic from here.

mercoledì 11 aprile 2012

MODA ETICA... FOR PROFIT!


L’idea è antica. Correva l’anno 1999, la collega dell'allora Ufficio Stampa ci portò in ufficio delle magliette per finanziare nel quale lavorava la sorella in Africa. Ricordo anche, poco dopo, le prime magliette LVIA arrivate in ufficio, nere con l’immagine degli occhi di una bambina e la scritta “la pace verrà e avrà i miei occhi”: tutti la comprammo con entusiasmo. Erano i tempi della guerra in Kosovo.
Da allora quasi tutte le organizzazioni di solidarietà si sono dotate di magliette più o meno istituzionali, sia per farsi conoscere, che per raccogliere fondi all’interno di un merchandising più complesso.
Lavorando nel settore, con il tempo mi sono chiesta se queste magliette si vendessero davvero e quale ritorno economico portassero all'Associazione proponente.  Se ne vedono poi così tante in giro (ovvero che ritorno di immagine portano)?  A mio parere il problema di questo tipo di prodotto  è  strutturale nel senso  che viene comprato e usato solo dai “fedelissimi”, persone già sensibilizzate. Al massimo da persone caratterizzate da un stile cosiddetto “alternativo”.  Già da diversi anni una ex collaboratrice dell'Ufficio Eventi appassionata di moda, affermava, dall’alto della sua competenza informale, che lei quelle magliette le promuoveva ma non le avrebbe mai personalmente indossate.
Insomma se le t-shirt debbono essere oggi anche e soprattutto un mezzo di raccolta fondi, non le si possono progettare e destinimre solo ad un pubblico che genericamente di soldi non ne ha molti. Destinarli ad una platea più ampia significa ripensare a contenuti e grafica per proporre un prodotto diverso.

Guardandosi intorno, intento, accadono “cose”:

Quanto piace quella “E”
Il caso Emergency fa eccezione. Ha raggiunto in Italia una tale popolarità che le sue magliette “solo logo” hanno saltato l’ostacolo ed sono diventate di moda. Vestire una maglietta Emergency vuol dire per il giovane “sono sensibile a ciò che accade nel mondo”. La indossa anche chi non segue affatto questi temi e si è lavato la coscienza acquistandola, perchè in fondo “fa figo”. (PS il successo è stato tale che oggi Emergency ha oggi un sito appositamente dedicato al e-commerce di questi ed altri prodotti). Anche se la stilosa ex-collega non avrebbe indossato neanche quelle, se non per fare un trasloco.

 
“Vesto come penso”  COOP
Nuova è l’iniziativa COOP, fiera del suo ruolo di promotrice del commercio equo e solidale, legata alla campagna Vestosolidal. Con una nota eco-stilista ha ideato Vesto come Penso” una linea di abbigliamento con semplici t-shirt parlanti. L’obiettivo dichiarato è costruire una moda che non sia solo apparenza, ma capace di far pensare, con t-shirt usate come strumenti di comunicazione.

 Personalismi
Il mondo è tanto cambiato dagli anni ’90 che oggi basta andare a da un qualsiasi negozio di stampa foto, oppure on-line per ottenere una t-shirt come la vuoi tu, con le frasi e i disegni che vuoi tu. 
Risulta quindi evidente che occorre fuggire dalla logica del “minimo dell’impegno” per produrre un articolo che possa rispondere anche all’esigenza di raccolta fondi. Anche gli articoli di questo genere legati alle campagne di sensibilizzazione, non si possono più di limitarle solo della manifestazione o dell’evento contingente, ma essere spendibili anche successivamente: bello il “collezionismo” per la serie “ho la maglietta dell'evento perché io c’ero”, ma oltre a data ed evento, è bene pensare a messaggi più durevoli. La maglietta dei 30 anni dell'associazione Pinco Pallino? Chi volete che la compri se non i membri della associaizone stessa? Occorre pensare sempre a l’obiettivo dello strumento: in questo caso sarebbe fidelizzazione e appartenenza, non raccolta fondi.
Le mie conclusioni alla mini inchiesta
a) Occorre ricordare qual'è il pensiero di chi compra una t-shirt solidale e da esso partire, consapevoli dei diversi livelli di consapevolezza rispetto alla mission e la finalità operativa dell'organizzazione:
·          mi piace lo stile, il disegno e i colori;
·         mi piace la scritta, anche se non la capisco;
·         mi piace la scritta perché la capisco e riflette il mio  
            pensiero;
·         mi piace perché non costa molto;
·         mi piace perché dicono che è ecologica;
·         mi piace perché dicono che è equo-solidale;
·         mi piace perché il mio contributo va in beneficenza.
Sapere orientare i propri prodotti a destinatari diversi significa saper ampliare l'elenco sopracitato perlomeno da  altre due o tre considerazioni anche futili, tipo "la compro solo perchè mi piace (esteticamente)".

b) Nella società civile si è oggi diffusa maggiore consapevolezza circa l’attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale. Per questo, e in coerenza con il proprio lavoro, le Organizzazioni non possono permettersi disattenzioni nella  scelta  dei  materiali con i quali realizzare le proprie t-shirt: ecologici  e atossici (cotone ecologico), responsabili (prodotti realizzati con il commercio equo con partenariati strutturati) e accessibili dal punto di vista economico. L’associazione non può scegliere un produttore più o meno etico in base all’occasione o al budget: accollarsi di maggiori costi fa parte della “scelta di campo”!

c) Se si vuole intercettare chi ha di più, risulta strategico stabilire partenariati produttivi sulla distribuzione, studiando nuove possibilità di e-commerce, ma anche di offerta diretta al pubblico, all’interno delle reti di commercio equo e non.

d) Idee per le grafiche ed i contenuti non mancano:
- frasi celebri sulle tematiche dell'associazione;
- citazioni di personali e figure carismatiche inerenti a questi temi;
- disegni e immagini etniche o stilizzate;
- graffiti urbani su temi interculturali...
Perché poi non coinvolgere i propri volontari e i giovani, in concorsi per elaborare proposte da realizzare? Un’idea per “prendere due piccioni con una fava”: promuovere il protagonismo giovanile può essere un vero traino per queste iniziative.

e) Per la diffusione? Si può ideare un concorso da diffondere sui social netword su le magliette dell'associazione indossate nei posti più diversi: del mondo: sulle vette delle alpi, sull'isola deserta, al mercato sotto casa, nei paesi in via di sviluppo. La sfida è un po’ come la campagna di comunicazione di “Italia 1!” dove l’obiettivo di raccolta fondi si fonde alla promozione di uno stile, di un messaggio oltre che di un marchio.

Associazioni: ecco le istruzioni per l'uso. Per una volta, non limitatevi a seguire una moda etica, o a restarne fuori arricciando il naso dall'alto del vostro "purismo": anticipatela.

Il popolo italiano attende di vestire messaggi solidali.
LDS

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