mercoledì 17 luglio 2013

CI SONO RICASCATA: SINDROME DA FILM SENTIMENTALE




A me, i film romantico-sentimentali m'ammazzano. Da sempre, ho questa capacità di immedesimazione davanti ad un film che è quasi una trasposizione: vivo i sentimenti dei protagonisti, piango e rido con loro, provo le medesime inquietudini che vedo sui loro volti. Questo è il motivo per il quale non tollero i film di paura (non riesco a non immedesimarmi nella vittima), così come quelli in cui ci sono violenze sulle donne e sui bambini. Questa auto-censura però non me la pongo con i film sentimentali, quelli che la mia dolce metà definisce in maniera semplicistica e con un pò di disprezzo "i tuoi film", ovvero quelli appartenenti alla categoria "film da donne". 
E visto che ieri sera avevo io il bastone del comando (leggasi "telecomando"), mi sono messa a vedere un film sul primo che era già iniziato. Colori e fotografia facevamo subito capire che si trattava di un film americano del tipo "commedia sentimentale". Mi sembrava però di poterlo gestire bene.

Invece questo film, dallo stucchevole titolo (PS. I LOVE YOU) è stato micidiale per la mia sindrome da immedesimazione. La storia di una giovane 29enne che perde il marito causa malattia, non solo si dilunga nella crisi post decesso, comprensibile e piena di sofferenza (infatti ho pianto), ma continua a cicli alterni per tutta la durata del film. Insomma le lacrime non puoi metterle via dopo un pò, come dovrebbe essere salutare. 
La vicenda prende una "brutta piega" quando, il giorno del suo 30esimo compleanno, la protagonista riceve una torta commissionata molti mesi prima proprio dal defunto marito (e già a tutti i presenti prende un colpo) con in più allegato un piccolo registratore con un messaggio vocale del marito (si sfiora la crudeltà) che le promette che da quel giorno riceverà una serie di lettere in date prestabilite che l'accompagneranno nel percorso post sua dipartita. Di per sè un gesto romantico, ma con effetti nefasti sul processo di elaborazione del lutto da parte della protagonista. Invece di "passare oltre", lei continuerà a rivivere la loro storia, a ricordare i momenti insieme, a sentirlo accanto vivo e presente, quando invece dovrebbe iniziare a guardare al resto della sua vita.

Ma non mi interessa raccontarvi tutto il film (che tra l'altro è la trasposizione di un libro). Diciamo solo che è stato uno strazio innamorarmi perdutamente del protagonista (il marito deceduto interpretato dall'affascinante Gerard Butler) in tutti flashback della vita precedente della coppia, sapendo che non può esserci un lieto fine! Tra tutte, la scena del loro primo incontro in Irlanda che farebbe sciogliere chiunque abbia un cuore di burro come il mio.. 


Voglio però concludere in positivo: Jeffrey Dean Morgan. Appare in poche scene verso la fine, ma ti conquista subito , con lo sguardo, le labbra, le spalle e quella faccia un pò così, tra il marpione e lo strafico irraggiungibile (che però nel film risulta invece raggiungibilissimo: magia del cinema!)
Peccato che dopo tanta sofferenza e un'altalena emotiva di sue ore tra lacrime - inanmoramento - lacrime, non fosse concessa alle gentili spettatrici un pò più di gioia, di amore e di sesso. Ci siamo dovute accontentare dei due secondi di Jeffrey nudo di schiena dopo la doccia e di vedere la protagonista ritrovare la speranza tra le braccia forti di questo passionale quanto dolce personaggio. 
Chi avrebbe resistito di fronte alla disarmante semplicità con cui lui chiede alla protagonista - imbarazzata, combattuta e confusa in mille onanismi mentali -  "perchè non provi un pò a camminare scalza?"

Io, che già mi faccio problemi a mettere i sandali ed ad avere i piedi scoperti, per lui non avrei problemi a farlo.
LDS