mercoledì 2 dicembre 2015

DALLA PARTE DEGLI SDRAIATI


No, non è un post dalla parte di chi si è rassegnato alla mancanza di lavoro tanto da rendersi inerme e inerte davanti alla vita. Gli "sdraiati" citati nel titolo sono quelle migliaia di persone, forse miliardi, uomini e donne in tutto il mondo che stanno sdraiati diverse ore della loro vita in varie fantasiose posizioni sul lettino di un fisioterapista/ osteopata/ pranoterapeuta/ santone o Mago Zurlì di turno, con l'unico obiettivo di "stare meglio".

Come chi mi legge sa ormai bene, si tratta di categorie con cui, in modi diversi, ho a che fare da mesi ed ho iniziato ad accumulare una piccola esperienza in merito.

Questioni di prospettiva
Innanzitutto il comune denominatore degli sdraiati è la prospettiva. Sei sdraiato di solito o supino o prono, dunque le visuali sono essenzialmente due. 
Se sei a pancia in giù, a meno che il professionista che ti tratta non sia un massaggiatore con mitico lettino con il buco per la faccia (e lì ti capita di fissare il pavimento per 500 ore mensili e a fine trattamento di sapere tutto del ceramista che lo ha montato e della frequenza della venuta dell'addetto delle pulizie), può capitare di avere un piccolo cuscino e di far da sé, mettendo magari le braccia a cuscino, e la testa forzatamente da un lato. 
Ma i professionisti del lettino ci pensano a quale visuale offrono ai propri "pazienti"? Io mi trovo di recente in uno studio nel quale la mia unica visione laterale è un cartellone con l'anatomia dello scheletro umano. Quello che vedo io è essenzialmente la scritta "stampato a Passo Corese", amena località della Sabina in cui credo di essere stata in uscita scout diverse volte, e la porzione anteriore dello scheletro del piede sinistro
Tetra visione. Anche perché secondo me un piede così non esiste, con tutte quelle ossa delle dita così lunghe. Io che possiedo un classico "piede a pagnottella" con le dita corte mi permetto di dissentire sulla scelta del modello di quel cartellone. Quindi oltre ad avere questa visuale fissa monotona, crescono in me sentimenti di inadeguatezza e ghettizzazione.
Poco funzionale girarsi dall'altro lato: vedo una mensola con una serie di prodotti, confezioni di creme o saponi, salviette o liquidi misteriosi di cui non ho intenzione di scoprire né utilizzo, né scadenza.

Prospettiva a pancia su? Il mio occhio non si può che fermare su due punti: il primo è una plafoniera a fiorellini bianchi e gialli al centro del soffitto (coordinata con i fiorellini del copri-tenda alle finestre, visto che lo studio una volta era una graziosa cucina). Il secondo, un po più lontano, una stampa incorniciata della "creazione dell'uomo" di Michelangelo, porzione centrale del soffitto della Cappella Sistina. Se indichi o meno una sorta di sindrome del creatore da parte del terapista non è dato sapere (anche se il sospetto c'è).

Proprio ieri, mentre fissavo il citato piede sinistro, mi sono ricordata un'aneddoto di quando ero piccola e andavo dal dentista. Dopo un periodo di visite, nelle quali non scambiavamo mai una parola (io perché fisicamente impossibilitata, lui perché professionalmente concentrato) lui se ne esce con mia madre: "questa ragazza mi guarda sempre male!". Al di là del fatto che quando si hanno le carie e si porta per 7 anni l'apparecchio ai denti NON SI PUO' amare il proprio dentista, la verità è che lui aveva preso per occhiatacce il mio tentativo di vedere cosa stava facendo con trapani e cemento nella mia bocca da adolescente nel riflesso dei suoi occhiali. 

Detto questo, oltre a suggerire a tutti i terapisti di sdraiarsi loro per primi sul lettino e dare un'occhiata in giro su cosa offrono ai loro pazienti in termine di prospettiva, li inviterei anche a togliere eventuali specchi a figura intera dallo studio. Micidiali anche quelli per l'autostima. Si, mi dicono che possono servire per osservare la propria postura durante gli esercizi, ma nella maggior parte dei casi abbattono il morale del poverino che si vede riflesso, in mutande e calzini, spossato dalla giornata lavorativa, dolorante fisicamente e nella maggior parte dei casi non esattamente prestante a livello di tono muscolare (chi è in splendida forma di solito non va in terapia). Perché infliggerci dunque quest'ulteriore pena?

Inferiorità vs superiorità
Notoriamente stare sdraiati su un lettino impone di guardare dal basso verso l'alto il tuo terapista. Quando ci si rivolge a "Lui" (in rari casi Lei) lo si vede come la persona che può cambiarti la vita e fare cose che tu da solo non puoi fare, che conosce il tuo corpo meglio di te, un novello Giucas Casella che "con la sola imposizione delle mani" può sollevarti da dolore e angoscia. Lui sa, conosce, o per lo meno potrebbe sapere e risolvere. Lui ha studiato cose diverse da te (perché non ho fatto medicina che almeno mi curavo da solo?) ed ha il potere della conoscenza, dell'esperienza e nei casi migliori di entrambe. Normale dunque metterlo psicologicamente su piedistallo, da cui - va da sé - la posizione psicologica di superiorità su di noi.
Questa sensazione di inferiorità è rafforzata dalla prospettiva fisica dal basso verso l'alto, in cui ci si sente piccoli. Non ci accedeva più da quando non abbiamo superato in altezza nostra madre e a nessuno da allora - tranne limitate eccezioni - avevamo permesso di guardarci da quella prospettiva con quella particolare espressione sul viso che ci ricorda quello che facciamo di giusto o di sbagliato.

Sentirsi "nudi"
Certamente dipende dal problema e dal tipo di terapia, ma in una grande percentuale dei casi credo potremmo tranquillamente togliere le virgolette. Il proverbiale "Signorina si spogli" è reso necessario da quello che devi fare e volente o nolente il paziente è tenuto ad "essere paziente" ed a spogliarsi. C'è chi si accontenta di maglietta e pantaloncini, chi pretende una copertura ai minimi storici. Per quanto mi riguarda, io rientro in quest'ultima categoria: la figura del terapista si è gradualmente sovrapposta a quella del ginecologo. "Non c'è nessun problema, vero, se ti togli tutto?", "Non c'è problema vero se agisco qui?". Che devi fare: il problema ci sarebbe anche, ma tant'è! Che dobbiamo fare? Il problema di salute è di norma superiore al senso del pudore, di conseguenza "nudi alla meta" sembra essere il mio nuovo slogan in terapia. 

Quello che ci si guadagna in cambio è un più pieno senso di sé, inteso come più profonda conoscenza della propria fisicità e un maggior controllo delle nostre sensazioni e reazioni fisiche. Imparare a "rilassarsi", affidarsi al professionista competente cercando di ricordare continuamente che è un essere asessuato mosso esclusivamente dall'interesse per la scienza. 
E che noi non siamo altro che contenitori di muscoli, tendini, organi, fibre scientificamente intrecciate tra loro. Che non proviamo che dolore/non dolore, pizzicore/tensione, caldo/freddo. Una specie di selezione delle percezioni.

"Sono una cosa, sono una cosa" mi capita di pensare a volte. "Non sono bella, non sono brutta, non ho pregi, non ho difetti, non sono una donna, lui non è un uomo, non sono come mi conosco da sempre". Ma ci vuole concentrazione e motivazione, soprattutto se si è come me, passionali ed empatiche, emotive ed espressive, abituate al rapporto con l'altro sesso anche il base alla reciproca fisicità.

Certo: se ci capita un terapista particolarmente attraente, muscoloso e prestante, cui si uniscono doti di cordialità, capacità relazione e ironia, il training autogeno è più complesso. Perché - permettetemi la piccola digressione -  il sesso femminile, geneticamente predisposto a prendersi cura dell'altro (mariti/compagni, figli, genitori..), ha sempre tanto bisogno di essere "preso in carico" e difeso da una figura forte del'altro sesso. Ed un terapista aitante con braccia muscolose sotto il camice ha il suo perché.

Problemi di comunicazione
Ne ho già parlato e non voglio ripetermi, ma la comunicazione gioca un fattore centrale nella relazione paziente-terapista (fisioterapista/ osteopata/ pranoterapeuta/ santone..). 
Non solo nella direzione dal primo al secondo ("dimmi come/dove/quando ti fa male") ma anche in senso inverso. Il terapista in tutte le sue forme di norma sa spiegare cosa devi fare in termini tecnici, ma non è detto che all'ordine corrisponda una immediata comprensione del messaggio. 
Inoltre non sempre siamo abituati a padroneggiare il nostro corpo come fosse fatto di pezzi diversi. Scoprivatelo terapisti: noi sdraiati normalmente immaginiamo di essere tutti di un pezzo
Non vi stranite dunque quando vi capita di dire: "Alza solo il ginocchio, non tutta la schiena!", "lascia stare i muscoli del collo, devi contrarre i glutei!"..

Quello che il terapista non sa
Se è vero che il terapista ci conosce più di nostro marito, amante, migliore amico e se sa di noi cose personalissime, che solo un appartenente al mondo medico sottostante a strettissime regole di privacy può conoscere, è vero anche che, dalla limitante prospettiva del lettino, noi sdraiati sappiamo tanto di lui. Eh sì, perché mentre si parla di noi, anche lui risponde, racconta e dice cose sue. 
Io sono stata capace di farmi raccontare pezzi di vita personali, visione del mondo, ricordi di infanzia e adolescenza, cosa sopporta/non sopporta, i dettagli la ricetta delle lasagne di pesce e tanto altro ancora. 
E non ci sono riuscita solo perché mi occupo di selezione del personale (hehehe). 
Mettiamola così: è una specie di arma di difesa, di piccolo potere che ci teniamo di scorta nel caso il senso di inferiorità, l'incomunicabilità, il pudore e l'inadeguatezza superino la soglia massima consentita per vivere in serenità l'avventura del trattamento.

Buona (fisio)terapia a tutti.
LDS

NB: Immagini tratte dal web (e rielaborate graficamente). Copertina: catalogo seduzione sofà.