mercoledì 9 marzo 2016

LETTERA A MARCO

Per una come me "tutta casa e ufficio" il tragitto in motorino la sera e la mattina diventa un'occasione per riflettere sui massimi sistemi, stare un po con i miei pensieri. A volte canto, a volta mi intervisto in varie lingue (povero il mio tedesco!), a volte lascio andare la mente dove va. Stasera mentre tornavo ed ero stanca, stanca stanca, avevo i pensieri a mille nel mio casco integrale e, non so con quale collegamento mentale, mi sei venuto in mente tu. Per questo ho deciso di buttare giù un po di quei pensieri, prima che diventino storia e che tornino da dove sono venuti.


Caro Marco,
ormai di lettere non se ne scrivono più molte, ma io sono all'antica e mi capita a volte di farlo. Oggi mi sei venuto in menite tu, così, tutto insieme senza preavviso, come un pensiero fugace che non puoi fare a meno di cogliere.

Ti conosco da quando avevi 11-12 anni e ti sentivi già grande, tanto da sfidare le regole: "Lucia, Lucia!" gridavi con il tuo sguardo di sfida mentre avresti dovuto chiamarmi Rasha come gli altri del branco. Così piccolo e già cosi impegnativo, pensavo. Negli anni successivi, sei diventato per me speciale: un ragazzo non sempre facile, spesso critico, ma - e questo mi è sempre piaciuto di te - con la voglia di cercare il giusto, il bello, l'importante.

Una sorella e un fratello maggiori li hai sempre avuti, ma per un periodo mi sono sentita un pochino una sorella aggiuntiva. Forse sorella è una parola troppo grande, ma non ne trovo una migliore per descrivere quel legame di affetto che mi ha subito legato a te.  E al tuo destino: mi chiedevo come voi ragazzi sareste stati da adulti, alla strada che avreste intrapreso, a cosa avreste conservato di quel prezioso istante di giovinezza in cui avevo il privilegio di vedervi. Di quel ragazzo, oggi cosa è restato?

Caspita, la nostra frequentazione è durata dai tuoi 11 ai 20 anni! Conservo ancora tante immagini della strada fatta insieme e mi piacerebbe potessi a che tu sfogliare le foto dei ricordi che mi passano nella mente. Ricordo un campo invernale dove per far premere il fuoco, ti eri messo a soffiare così forte da restare mezzo intossicato dal fumo, tanto che ti abbiamo portato al pronto soccorso. E quell'uscita in riva ad un lago? Quando facevamo quel gioco che si chiama stella, in cui si salta la cavallina e poi si fa una capriola in aria, restando aggrappati con le braccia.  Tu, mai così bello come in quegli anni, eri saltato troppo lontano e sei finito con la schiena su un sasso, tutto dolorante. Ti gettavi sempre a capofitto nella vita, come fosse un bicchiere da bere tutto in un sorso.

La vita ti ha sbaragliato le carte a un certo punto, e ti sei trovato a fare da padre a tuo padre. Padri che all'inizio ci sembrano tanto forti, con i quali discutiamo, con i quali ci misuriamo, nel confronto con i quali misuriamo chi siamo, per differenza o similitudine, di colpo diventano vulnerabili, fragili.. Diventano loro quelli che hanno bisogno di aiuto, quelli da accudire, e il nostro mondo si rovescia (ho usato il  "noi" perché ho vissuto un capovolgimento simile anche io e più o meno alla tua stessa età). Il modo in cui ti ho visto crescere e cambiare in tale circostanza mi colpisce ancora se ci penso. Mi ha stupito tanto la dolcezza che sei riuscito a tirare fuori nei suoi confronti: tu che eri sempre in lotta col mondo, che dovevi sempre dimostrare qualcosa agli altri e a te stesso, hai lasciato cadere la maschera e hai parlato del tuo "gufo", dei piccoli gesti quotidiani di quel periodo con tuo padre, come quando lo portavi al piano di sopra a dormire. 
Anche questo percorso simile mi ha portato a darti un posto speciale nel mio cuore, per questo chiesi proprio a te di leggere un'intenzione al mio matrimonio, accanto ai miei fratelli e agli amici più cari.

Ormai non ci si vede più, chissà quali strade avrai intrapreso, quante scelte felici. Non ti serve più appoggio, né alcuna guida o consiglio io possa darti, ma mi fa piacere dirti che
Ti voglio molto bene.
Per sempre.  
Lo so, non si usa più dire queste cose, ma mi è capitato in alcuni momenti della vita di chiedermi chi tenesse a me veramente. Nel caso capitasse a te, contami pure.

Buona Strada.

Capriolo sincero.

mercoledì 17 febbraio 2016

LA MIA NUOVA OSSESSIONE: LE FLIC CHARMEUR


Sì, ciclicamente capita. Inizia una nuova serie TV, prima guardi i trailer con sospetto, ti dici con tono perplesso "una serie francese!", dopo le esperienze negative dei polizieschi francesi che sembrano di 200 anni fa senza avere l'appeal di quelli di 200 anni fa: il commissario Cordier bleah! Mio padre era più moderno, il comandante Florent, pantomima di una donna rampante che non deve chiedere mai che resta provinciale e datata dal primo fotogramma, e poi quella serie francese della poliziotta e la giudice: belle, impegnate, sempre in tiro, e non capisci mai chi gli stira la camicie. Insomma assolutamente irrealistiche. E in una cosa realistica non ti puoi immedesimare.

Non so perché ma ai francesi non concedo quegli errori e quelle leggerezze che invece concedo agli americani, maestri indiscutibili dei telefilm, e dei telefilm polizieschi in particolare. A volte i personaggi americani sono delle macchiette, eccessivamente caricaturali: buoni troppo buoni, cattivi troppo cattivi, o addirittura iniziano come cattivissimi e incomprensibilmente diventano nel giro di due episodi dei santi. Ma tutto questo agli americani glielo perdono, un po' per la convinzione di essere superiore culturalmente come europea: in fondo gli americani sono un po' dei "bambini", sono nati ieri, hanno una storia piccolissima alle spalle rispetto al resto del mondo, hanno ancora tempo per giocare e crescere.
I francesi invece no, sono nostri fratelli europei, quei fratelli maggiori che si sentono superiori sempre e comunque, che ti guardano - è più forte di loro - dall'alto verso il basso. Allora, come a fratelli a cui vuoi bene e di cui non puoi fare a meno, sei felice di frequentarli, ma non gli perdoni alcuno scivolone. 

Tutto questo per dire che io i telefilm francesi non li guardo mai.

MA da qualche settimana ho una nuova ossessione: Cader Cherif! Avrò visto solo qualche puntata ma già mi ha conquistata. Telefilm poliziesco ambientato a Lione, città che amo e dove sono stata due volte e che però fa solo da sfondo silenzioso alle indagini, racconta delle avventure del capitano Cherif e della collega Briard. Stile leggero, abilità interpretativa dei due protagonisti e di un piccolo corollario di bravi interpreti dei personaggi minori. Sì, forse il capo della polizia è un po' troppo buono e comprensivo, forse anche qui gli stereotipi del poliziotto che fa gli straordinari e non va mai a casa è un po' calcato, ma la serie introduce elementi interessanti e ..nuovi: questa è la novità per un telefilm francese.

Il protagonista mi piace moltissimo. E' il classico volto interessante, non bello ma affascinante. Il carattere interpretato è dell'uomo mite, maschile e seduttivo. Cherif non ha bisogno di essere rude per essere forte. 

E' di origini magrebine, forse tunisine. E questo apre la possibilità nel telefilm di riflessioni anche in chiave interculturale in mondo misto come quello francese, oggi più di ieri in crisi con se stesso tra residui di assimilazionismo, paura dei nuovi radicalismi e presa di coscienza che ormai si sono mescolati irreversibilmente a quelli che una volta chiamavano "pied-noir". Ma nel telefilm il tutto è sottile, leggero, anche il razzismo a cui il protagonista non risponde, dando comunque l'impressione di essere realistico e di fotografare una integrazione culturale e sociale davvero possibile.
La collega Briard è classica donna francese rigida e femminista, chiusa in se stessa per la sua esigenza di dimostrare quanto è brava e indipendente, apparentemente incapace di valorizzare la sua femminilità perché la considera una distrazione dai suoi obiettivi. 

Cherif la incalza in un rapporto simile ad un perenne corteggiamento: a volte sfacciato - ma sempre con eleganza - a volte sornione, a volte fintamente distaccato, ma sempre pronto con ironia a tenderle trappole e a metterla in imbarazzo. L'ironia e gli spunti comici non mancano nel telefilm e questo alleggerisce la parte "scura" dei crimini e dei delitti che di volta in volta vengono affrontati e risolti.

Il telefilm è una danza avanti e indietro, tra un rapporto che avvicina e poi allontana i protagonisti. Noi donne che abbiamo già capito che l'unione potrebbe essere interessante vorremmo che la danza andasse soprattutto avanti, ma gli sceneggiatori pare abbiano sperimentato che quando fanno finire la danza troppo presto gli ascolti calano: vedi "Castle" o, per restare in Francia, "Claire de lune", che pare abbia fatto scuola in questo. Non appena i protagonisti sono finiti a letto insieme gli ascolti sono crollati.

Quindi già so che la mia ossessione si trasformerà in frustrazione, perché leggendo i riassunti del telefilm sui siti francesi pare che la danza continuerà almeno fino alla terza serie (in Italia è iniziata la prima su Giallo), ma almeno so che avrò un po' di tempo ancora per sognare. Chi mi sta accanto detesta proprio i telefilm polizieschi che mescolano la vita privata dei protagonisti con i casi da risolvere. Io al contrario, appassionata di commedie romantiche, amo proprio quando in una serie si trova il giusto mix. Cherif ce l'ha. 

E siccome so che il lunedì sera non avere niente di meglio da fare: donne, vediamoci su giallo l'ultima versione europea di un moderno principe azzurro.
LDS